BALLY PROFESSIONAL ARCADE / ASTROVISION ASTROCADE (1977-1985)
Come spesso capita nei post del mercoledì, questa volta torniamo parecchio indietro, esattamente nella seconda metà degli anni 70, un periodo nel quale sembrava che il divertimento elettronico domestico fosse il futuro e, di conseguenza, anche un business incredibilmente redditizio nel quale investire.
Come abbiamo già visto, in quel contesto euforico, non era raro che si buttassero nella mischia realtà non molto avvezze con i videogames, quindi figuriamoci chi bazzicava già nell’ambiente!
A quest’ultima categoria apparteneva proprio la Bally Technologies, azienda che aveva una solida e pluriennale esperienza nel campo dei flipper e delle macchine da casinò.
Successe così che con la sua controllata Midway si decise ad entrare anche nel mercato arcade e delle console domestiche.
Sul fronte coin-op questa etichetta si sarebbe poi mossa con grande abilità, da un lato raggiungendo una solidissima e remunerativa collaborazione con Taito per distribuire sul suolo americano i loro titoli e dall’altro diventando produttrice in autonomia di grandi titoli da sala giochi.
Per farla breve… sul versante arcade alla fine Midway ebbe l’esclusiva di distribuzione per giochi giapponesi che rispondevano al nome di Pac-Man e Space Invaders, mentre per conto proprio produsse pezzi da novanta che oggi conosciamo con i nomi di Defender, Joust, Rampage e Mortale Kombat.
E ne abbiamo citati giusto alcuni.
Dal punto di vista delle macchine domestiche, invece, scelse una strada interessante: commissionò la progettazione di un hardware alla Dave Nutting Associates, ma indicò espressamente che non voleva utilizzarlo solo sui loro futuri coin-op, ma anche su di un sistema domestico.
Il sistema che ne derivò, basato su un processore Zilogo Z80 e un performante chip grafico, fu così alla base sia dei loro arcade più famosi del momento, Gorf o Wizard of Wor, sia della loro nuova console, che prese il nome di “Bally Home Library Computer”.
Ma se nella sua versione arcade questo hardware poteva arrivare alla risoluzione di 320×204 grazie ad un “trick” consentito dall’hardware, la console casalinga venne progettata con delle specifiche diverse che limitarono l’accesso alla memoria bloccando la risoluzione a 160×102. Inoltre i 4K presenti sulla macchina venivano praticamente saturati dalla gestione dell’immagine, non lasciando spazio al programma, che veniva totalmente gestito dalla ROM della cartuccia.
Nonostante questi limiti la “Bally Home Library Computer” era una console che aveva capacità grafiche elevatissime per l’epoca e decisamente superiori alla concorrenza.
Come avrete intuito dal nome, anche Bally/Midway caddero nel tranello di voler creare un sistema espandibile, un videogame che potesse diventare computer. A tale scopo avviarono, subito dopo il lancio della console, il progetto dell’unità ZGRASS-100, sigla che nascondeva per l’appunto l’espansione che avrebbe reso la console Bally un home computer.
Intanto la console, che inizialmente venne venduta solo per corrispondenza, aveva incontrato dei grossi problemi di produzione e, per quanto venga indicata oggi come una console lanciata nel 1977, la realtà è che i primi esemplari furono spediti solo nel 1978. E questa differenza significava che nel frattempo la corazzata Atari era scesa in campo con la sua VCS, e non per corrispondenza ma martellando i consumatori con pubblicità e marketing aggressivo in qualsiasi negozio di elettronica.
Così, quando la console Midway/Bally arrivò finalmente nei negozi con il nuovo nome di Bally Professional Arcade, oramai era il 1978 inoltrato. Inutile dire che venne subito messa in ombra dalla ben più nota (e desiderata) Atari VCS.
E mentre la divisione arcade di Bally cresceva in maniera vertiginosa, la parte consumer languiva all’ombra di competitor meglio attrezzati ed esperti.
Così i dirigenti della Bally si stancarono in fretta di quel settore del divertimento elettronico domestico, troppo impegnativo e poco remunerativo per i loro gusti.
Decisero quindi di liberarsi di tutta la sezione dedicata ai “privati”.
Con ogni probabilità l’intenzione iniziale fu quella di chiudere semplicemente quel ramo d’azienda, ma incredibilmente si fece avanti una realtà interessata a rilevare il Bally Professional Arcade.
Si trattava di un’azienda nota come Astrovision che aveva cercato, senza successo, di produrre un proprio sistema da gioco elettronico domestico. Essendo venuti a conoscenza delle intenzioni di Bally riguardo alla loro console, si offrirono di acquistare l’intero progetto.
Ovviamente Bally non si fece sfuggire l’occasione e glielo sbolognò ben volentieri.
Così nel 1981 Astrovision rilanciò questa console con il nome di “Bally Computer System”, nome che nel 1982 cambiò ancora, e questa volta definitivamente, in Astrocade.
La nuova società riprese anche lo sviluppo della famosa espansione “computer”, interrotto dalla Bally appena si era resa conto di non voler investire più in quel progetto, e che alla fine arrivò sul mercato con il nome di ZGRASS-32 con un design più compatto rispetto ai progetti originali.
A proposito di design, la Astrocade, incluse tutte le sue versioni precedenti, non mutò mai il suo aspetto nonostante i quattro cambi di nome. E in tutta onestà ne avrebbe avuto bisogno perché, oggettivamente, era brutta forte: inserti in finto legno tipici dell’epoca a parte, aveva profili dorati ed un aspetto squadrato e molto poco moderno. C’è chi su internet ne paragona il design ad un oggetto “hi tech” degli anni cinquanta piuttosto che anni settanta, ed in effetti non è un’osservazione del tutto campata in aria.
A rovinare la già precaria estetica ci pensò anche un tastierino frontale da 24 pulsanti, utile per accedere alle funzioni della macchina e di alcuni programmi.
Da notare poi la “gobba” superiore semitrasparente che permetteva di alloggiare ben 15 cartucce e non i controller, come invece accadeva in altre macchine del tempo.
E proprio i controller erano, invece, molto interessanti e, per certi aspetti, molto simili a quelli del Fairchild Channel F: avevano infatti la forma di un calcio di pistola, con grilletto anteriore per il fuoco e in cima una leva a 8 direzione che però poteva ruotare come un potenziometro, così da trasformare il controller in un paddle.
Altra caratteristica unica fu che la console poteva collegare quattro controller allo stesso tempo, arrivando così, nei giochi che lo prevedevano, a potersi sfidare in quattro.
Uno dei due titoli inclusi nella ROM della console aveva proprio questa caratteristica ed era una specie di “Snake” in multiplayer, chiamato Checkmate. L’altro gioco, Gun Fight era invece un duello tra pistoleri nel west, conversione di un arcade Taito distribuito proprio da Midway. E se il primo titolo evidenziava la caratteristica unica dei quattro player contemporanei, questo secondo esaltava il design dei controller che, muovendo e girando la stessa leva, permettevano sia di spostare il nostro pistolero che di orientare la sua mira.
Da segnalare che poi, sempre inclusi nella console, c’erano una calcolatrice ed un rudimentale programma di disegno.
Alla fine, nonostante tutti gli sforzi possibili, la già precaria situazione dell’Astrocade venne aggravata dal crack dei videogame avvenuto nel 1983. Oramai moribonda la console rimase comunque sugli scaffali fino al 1985.
Il numero di titoli rilasciati nel ciclo vitale di questa macchina viene fissato da Wikipedia a 28 cartucce, ma essendo in alcune di esse presente più di un gioco il numero complessivo di titoli si dovrebbe aggirare intorno ai 35.
Davvero pochi se si ragiona sul fatto che alla fine la macchina, sotto diversi nomi, restò in vendita per otto anni.
Alcuni di essi erano, come sempre, palesi cloni di altri titoli arcade.
Curioso che due di questi furono pubblicati con i titoli originali: Space Invaders e Galaxian. Infatti la Bally ne deteneva pienamente i “diritti” e poteva utilizzarli anche sulla propria console domestica.
Ma quando tutta la loro divisione “home” venne venduta, Taito e Namco furono libere di rivendere l’esclusiva console di questi giochi ad Atari.
Arcadia Inc. dovette quindi cambiare loro nome in Astro Battle e Galactic Invasion, pur essendo a tutti gli effetti le “vere” (o perlomeno le prime) conversioni di quei giochi.
Alla fine la Astrocade è passata alla storia come una macchina con potenzialità grafiche davvero ottime, ma particolarmente ostica da programmare, cosa che potrebbe giustificare in parte il numero di titoli ridotto. E’ altrettanto vero però che i (pochi) titoli validi usciti su questa piattaforma esaltavano l’aspetto tecnico di questo hardware, non mostrando sfarfallii di sorta o rallentamenti di nessun genere.
Per concludere ricordiamo che questa console è anche uno degli oggetti più ricercati dai collezionisti, in quanto un esemplare perfettamente funzionante, specialmente dei primi modelli, è quasi introvabile. Va annotato che la sua capacità di resistenza si è rivelata piuttosto debole: è infatti un sistema facilmente surriscaldabile e molto fragile, in particolare per quanto riguarda i controller che tendevano a guastarsi facilmente. Era un difetto già noto all’epoca in cui veniva venduta… figuratevi dopo quarant’anni!
Un’ultima curiosità: dai progetti per l’espansione computer/tastiera ZGRASS-32 per Astrocade venne anche prodotto un computer chiamato Datamax UV-1 e che venne venduto tra il 1980 e il 1982 come computer specificamente creato per realizzare effetti grafici ad alta risoluzione su video.
E adesso, come oramai siete abituati a fare, un occhio alle foto, un occhio alle didascalie e un bel “mi piace” alla pagina se questo post vi ha ricordato che la storia dei videogiochi ha un sacco di cose interessanti da raccontare! 🙂