2 COGLIONI

Longuelo, 16.30: l’uomo avrà una sessantina d’anni, sembra più basso di me ma robusto, dall’altra parte della strada mi dice “Sto bene, grazie… Adesso mi alzo, va tutto bene… Sono solo un coglione…” però rimane steso per terra sul passo carrabile del parcheggio, tenendosi una caviglia con 2 mani; al momento non arrivano macchine.
Mentre passavo in bici l’ho notato da lontano, sdraiato a pancia in giù, sembrava steso a cercare qualcosa sotto le auto parcheggiate e così mi sono avvicinato, ho frenato, lui ormai si era girato e mi ha guardato, io ho chiesto “Tutto bene?”
(Scendo dalla bici lasciando appesa al manubrio in precario equilibrio la pesante borsa che mi porto appresso; attraverso la strada e lo aiuto a rialzarsi)

Indossa abiti da lavoro e scarponcini antinfortunistici; i capelli biondo-grigi sono arruffati attorno al viso tondeggiante. Cadendo deve aver battuto la faccia: uno zigomo è spellato e sanguina, anche l’angolo della bocca sottile è insanguinato. Mi sorride con dei bei dentini gialli e regolari e confessa di aver bevuto troppo, di essere un coglione: “Mi è successo anche l’altro ieri… Tornavo a casa e sono caduto, perché vede, io bevo e poi…”
Gli dico “Ce la fa a stare in piedi? Si appoggi a me”
Dice che ce la fa, che adesso va a casa; però mi si aggrappa al braccio, mi pare che se lo lascio andare cadrà di nuovo.
(Sprigiona effluvi tipo Sambuca, grappa e robe così)

Ora sta dritto, si regge da solo; tira fuori un fazzolettino di carta, lo guardo pulirsi la faccia e la bocca. Con un po’ di sangue fra i denti continua a sorridermi, come se fosse tutto una scemata: bere, cadere, rialzarsi, andare a casa… La vita, insomma, in generale.
(Forse lo è)

Gli piazzo le mani sulle spalle e lo tengo ben fermo: “Sicuro di star bene? Dov’è la sua casa?”
“Mah… Non si preoccupi, è qua, grazie”
“Qua dove?”
“Qua vicino, sarà a un 200 metri”
“Beh, la accompagno, va bene?”
“A… A casa mia? Ma no, non si disturbi”
“Nessun disturbo… ‘Spetti che prendo su la bici”
“Eh si… N-non la lasci qua… Guardi che glie la rubano”
Ci incamminiamo lungo il marciapiede; spingo la bici a mano e reggo la mia borsa con dentro tipo 15 kg di spesa, invito l’uomo ad appoggiarsi al manubrio dal lato opposto al mio e a camminare P.I.A.N.O. insieme a me, un passo dopo l’altro.
C’è il sole, il cielo è azzurro, fra gli alberi cinguettano gli uccellini; ogni tanto sulla strada passa qualche auto.  
(Finita è la Pasqua, la resurrezione e le messe; finito l’Aprile, coi suoi prati umidi e le margherite. Nel giorno dell’Angelo il papa Francesco è morto, l’è mort)

Dopo un po’ l’uomo accelera il passo e perde l’equilibrio, si afferra al manubrio della bici, la ruota anteriore si gira di colpo e lui cade a terra di nuovo: adesso siamo in mezzo a una rotonda deserta.
Mollo la borsa e lo aiuto a rialzarsi. 
(Qualcuno sul marciapiede opposto passa e ci guarda senza proferire motto; forse sembriamo 2 amici che giocano a buttarsi per terra alle 5 di pomeriggio, ciuchi tutti e 2)

Ripartiamo.
Col braccio destro tengo l’uomo dritto accanto a me, con l’altro armeggio tra bici e borsa; ogni tanto lui lascia il mio braccio e fa qualche passo in direzione di altri sostegni, ringhiere o pali o lampioni. Vedendolo aumentare l’andatura e sbandare ancora sul marciapiede sbotto “Cristo, vada P.I.A.N.O.! Sono qua, sto con lei… Mi dia la mano: adesso arriviamo a casa, non c’è bisogno di correre”
“Ma io ho fretta”, dice, mentre lo riafferro.
“Di fare che?”
“Sa, domani vado in vacanza”
“Ah; e dove?”
“Vado in Tunisia… Dieci giorni”
“In Tunisia… Beeene”
(Non riesco ad aggiungere altro; odio viaggiare e l’idea di trascorrere 10 giorni in Tunisia personalmente mi atterrisce)

Ci avviciniamo a un gruppo di villette; l’uomo mi parla un po’ della Tunisia: “Eh… Almeno là è un paese che non si può bere alcool; ne approfitterò per spurgarmi un po’… Ma lei non è stanco? Mi sembra che ha il respiro un po’ affannoso…”
Minimizzo il peso dalla borsa e lo sbattimento di spingere la bici a mano con l’uomo appoggiato a me in modo che non cada un’altra volta; concilio con un vago “Mah… Saranno le sigarette… Diciamo che se lei beve troppo, io fumo troppo”
“E’ uno schifo, “ constata lui. “Siamo due coglioni”
“Qual è la casa, questa qua?”
“N-no, no, è un po’ più avanti… Sarà a un 200 metri”
200 metri li abbiamo percorsi da un pezzo. Accolgo quieto l’idea che casa sua possa distare ancora 4 Km e rilancio la conversazione; chiedo delle vacanze che lo aspettano, scopro che lo scorso anno è stato anche in Arabia Saudita, mi dice “Lì gli alcolici te li scordi proprio; il divieto entra in vigore a 10 Km dall’aeroporto…”
Mi racconta che ha 2 cani ma che adesso a casa non ci sono; sua moglie li ha portati “in pensione” in vista della partenza di domani e poi vuol sapere dove andavo di bello io, con ‘sta bici, di buon mattino. Tralasciando il fatto che ormai è tardo pomeriggio spiego che non guido l’auto e uso la bici per andare a far la spesa. La cosa sembra deluderlo, “Pensavo andasse ad allenarsi, a fare un giro lungo verso i laghi o…”
“No… Un tempo facevo pedalate da 50 o 70 Km. ma poi mi sono rotto del traffico; viaggiavo sempre tra auto, camion e furgoni… Troppi rumori e gas di scarico…”
“Si; ha ragione. E’ uno schifo”
“So che qua in zona ci sono delle belle piste ciclabili, ma…”
“Si, ma fanno schifo”
(Arriviamo in fondo a una strada chiusa, davanti a un altro gruppo di villette eleganti, appartate e dall’aria un po’ esclusiva; lui mi dice “Ecco; è qua. Sono arrivato”)

Potrei risalire sulla bici ma non me ne vado; mi assicuro che abiti davvero lì e quando tira fuori le chiavi rimango per vedere se riesce a trovare la chiave giusta e ad aprire il cancello. Ci riesce, però non entra; rovista nel giubbotto in cerca del portafogli, vuole darmi 10 euro per averlo accompagnato a casa.
“Ma si figuri! No no, non è il caso…”
“La prego… Mi permetta di darle almeno 10 euro… Lei è stato troppo gentile, avrà tutte le sue cose da fare e io… Adesso mi vergogno… Io… S-sono proprio un coglione…”
“Vada in casa, stia tranquillo… Poi fumo troppo, non pedalo più, sono un po’ un coglione anch’io, mi sa… Sua moglie c’è?”
“No”, dice, sorridendomi con fissità; “In casa mia non c’è nessuno”
(Che la moglie lo abbia lasciato?)

Non mi sembra meno barcollante di mezz’ora fa; varca il cancello, mi saluta e mi ringrazia col portafogli in mano. Insiste nel volermi dare dei soldi e io gli spiego che quando li voglio li prendo al volo, non sto mica a far tanti complimenti: “Ora non li voglio; a posto così… Vada in casa, mi raccomando”
Fa qualche passo nel vialetto e poi si gira, mi dice “Posso farle una domanda?”
Mi aspetto di doverlo accompagnare su per delle scale o fin dentro casa ma lui chiede solo “Perché è così gentile con me?”
Non so che dire; guardo i tetti delle villette, le prospettive compatte di tegole al sole e rispondo “Boh”
Poi, per cambiare discorso, gli chiedo come si chiama. Lui me lo dice e io mi avvicino al cancello, gli stringo la mano: “Io sono Alessandro, piacere”
Lui mi sorride, continua a sorridere, coi dentini ancora un po’ insanguinati e mi saluta con un cenno della mano, come se fossimo davvero 2 amici.
(Il giardinetto lungo il quale si incammina è pieno di fiori)

Lascia un commento