COME NUOVO
Nel cucinino, alle 3 di notte, sono in preda all’irrequietezza; sfilo da sotto una pila di quotidiani ingialliti un vecchio fumetto e mi metto a leggerlo, la sua lentezza e la sua vecchiaia mi tranquillizzano un po’.
La lettura non mi suscita grande interesse ma proseguo; cerco di immedesimarmi in chi lesse quell’ameno, didascalico fumetto all’epoca della sua pubblicazione – 1969 – entusiasmandosene, trovandolo bello… L’albo è anche malridotto, non ricordo d’averlo comprato: forse viene da uno scatolone di pubblicazioni miste regalatomi da qualcuno che vi rinunciava sotto le pressioni della realtà, da un amico che sgombrava una camera da destinare al figlio nascituro… Da una persona che cresceva, insomma, che diventava adulta e dava via riviste e vecchi dischi.
(Io, dedito al percorso inverso, ho sempre accettato di custodire questo tipo di lasciti in casa mia)
Le pagine di mezzo si staccano; l’albo necessiterebbe di restauro e così interrompo la lettura – che credo non riprenderò mai più – e metto mano a spugnetta, acqua, pennello e colla vinilica; mi risolvo ad aggiustare il fascicolo.
(E’ come sdraiarsi felice sopra l’erba ad ascoltare
un sottile dispiacere)
L’odore della carta e quello del Vinavil mi sprofondano in un mondo ruvido e scrocchiante, lontano dalla vita, in cui mi trovo benissimo; procedo con mano sicura al ripristino di quella legatura del 1969 e sento tornare a me i pigri pomeriggi estivi, i perduti tramonti e gli sguardi dei bambini che lessero i fumetti di Tex e di Zagor, di Diabolik e di Kriminal in camerette lontane, in balconi sospesi sul nulla …
(Adesso sono adulti ipercritici che vanno ormai per la sessantina – come me, insomma – e forse i fumetti li leggono ancora; alcuni ne discutono in rete con una specie di rabbia che non riesco a capire)
Più mi concentro sulla carta, sulla densità della colla e sull’allineamento delle pagine e più mi sento dignitoso e solenne, custode di qualcosa nel silenzio della notte; riparando quel fumetto ormai così obsoleto da risultarmi illeggibile mi sembra di ripristinare un ordine importante, di chiudere una piccola falla in territori remoti dove le canzoni di Renato Rascel si allineano alle immagini in bianco e nero del Piccolo Coro Dell’Antoniano, dove la Raffaella Carrà è ancora giovane e bella e tutto scorre sotto gli alberi delle vacanze con le chiavi di casa e i ristoranti lungo il fiume, col Crodino in bottigliette di vetro e le macchine parcheggiate male.
Laggiù soldatini e aeromodelli spuntano da sotto l’erba, laggiù le cavallette dell’infanzia guardano il giorno col loro occhio smaltato e c’è ancora il fantasma austero della nonna che arriva col treno da Milano in stivaletti e cappotto, ci sono certi macchinari gialli fermi sotto il sole lungo la ferrovia, come giocattoli.
Poi frusciano ortiche nella sera profonda, densa luce azzurra su fabbriche e officine, una tanica rotta arrugginisce nel canneto, cigni e barche scivolano lenti su verdi acque che non torneranno più.
(Ovomaltina alle radici del mondo: la faccia di Mina, mia mamma, credere in Dio)
Il Vinavil, una volta asciutto, diventerà trasparente: la riparazione sarà perfetta, l’albo come nuovo.