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CRETINO

Al telefono lei mi chiede: “Ti intendi di piante grasse?”, e la risposta giusta sarebbe “No, cara; mi spiace ma…”
(Invece la mia bocca si apre da sola e se ne esce con un bel “Mah… Un po’ si; perché?”)

Forse sparo queste minchiate per una mia incapacità di accettare l’entropia e il caos dell’esistenza; negli ultimi anni si è rafforzata in me l’attitudine a riordinare, a raddrizzare e a riparare un po’ tutto. Adesso io cambio lampadine sui pianerottoli, ritinteggio pareti, modifico o costruisco mobiletti, m’impiccio di manutenzioni nel condominio come mai prima d’ora, come per affermare l’austera “Forza Riordinatrice” dalla quale mi sento abitato; forse sto solo invecchiando e mi oppongo all’idea del declino e della fine, o forse questa è in fondo la mia vera “mission”.
(Eppure un tempo mi astraevo, sognavo, inseguivo insetti in volo nei crepuscoli. Un tempo compravo rose e orchidee e ho persino avuto delle piccole piante carnivore che finii col bagnare troppo: un tempo leggevo poesie!)

La verità è che di piante non ci ho mai capito una mazza; lessi anche 2 o 3 libri di botanica, attratto soprattutto dalle illustrazioni, ma sui miei balconi nel corso degli anni son morti giacinti e violette, eriche e ortensie; perfino un’edera tenacissima seppi far morire e poi basta, lasciai i balconi vuoti e imparai a contentarmi delle loro geometrie anguste.
(Quale stupido delirio di onnipotenza può avermi indotto a far pensare a una donna che mettere nelle mie mani una grossa pianta di cactus con diversi fusti potesse essere una buona idea?)

Lei ne ha una da un mese, e mi chiede al telefono se sono in grado di tagliarla; dice che forse uno dei fusti è stato attaccato da un parassita o qualcosa del genere, e che probabilmente va tagliato…
(Non è una grande esperta di giardinaggio neanche lei; m’offro subito d’andare in bici a casa sua a dare un’occhiata)

Una volta arrivato là “esamino” con sicumera la pianta – piuttosto pesante, in vaso alto – che in effetti presenta una parte ristretta e scura alla base di uno dei fusti, in corrispondenza di una crosticina color ocra.
Anche qui sarebbe bastato dire “Scusa, davvero; non so di che si tratti…” e invece ho cominciato a soppesare vaso e pianta, a scrutare la crosticina come se avessi capito tutto mentre la mia bocca si apriva da sola dicendo “Mah; si, lasciamela per una notte… Stasera do un’occhiata in rete, vedo di capire cosa si può fare…”
(Io adesso credo molto nei tutorial che ci sono in rete; credo di crederci, cioè)

Va a finire che prendo la pianta e la porto a casa mia, la piazzo sul tavolo di cucina e poi la ignoro per 2 giorni.
Il terzo giorno la bella jardineira telefona e mi chiede “Allora, il cactus? L’hai tagliato?”
Io tergiverso, millanto numerose “ricerche in rete”, che in verità ho anche fatto senza però ricavarne grossi lumi, solo consigli vaghi tipo “Se la pianta si presenta troppo idratata non bagnatela più; se invece appare troppo secca, beh, idratatela…” oppure “ Assicurate alla pianta una buona esposizione alla luce, controllate le radici, individuate eventuali attacchi parassitari: le spine del cactus appaiono indebolite? Si staccano facilmente?”
(A queste domande la risposta è “No”; la pianta che ho “in cura” presenta spine forti e fitte, fusti d’un bel colore verde, solo quello con la crosticina alla base ha la cima un po’ pallida. Di tal crosticina non trovo consimile nelle varie foto in “Google Immagini”… Ho anche provato a saggiare col manico di un cucchiaino la zona intaccata: il tessuto lì è molle, si buca e si strappa al contatto)

Lei intanto ha chiesto consigli a qualche amica, è quasi sicura che la zona molle vada tagliata; mi dice al telefono “Dai, prova a tagliarla e riportamela; speriamo che almeno la parte sana si ripigli” ma io tengo la pianta ancora un po’: vorrei evitare di mutilarla, è un’altra “cosa” che vorrei raddrizzare e “riparare”, ne faccio un mio puntiglio e alle 2.00 di notte approdo a una stramba, fumettistica idea; provare a trattare con un po’ d’alcool la crosticina alla base del cactus, come per “disinfettarla”, diciamo.
(Vado in cucina con la bottiglia dell’alcool in mano: la pianta è sempre lì, non sembra stare né meglio né peggio di 4 giorni prima)

Mi ci siedo accanto e spruzzo un po’ d’alcool sul fusto; la crosticina color ocra se ne inzuppa… Poi mi vengono in mente certi western con i feriti sotto assedio le cui piaghe si stanno infettando e c’è sempre qualcuno che con risolutezza mette un coltello ad arroventarsi sul fuoco e dice al tipo febbricitante “dobbiamo cauterizzare la ferita; farà male, ti avviso…”
Con bambinesco ottimismo penso che forse la cosa può funzionare anche su un cactus; penso che se cauterizzassi la crosticina che sta facendo rammollire quel fusto magari poi tutta la pianta guarirebbe e così, senza stare a riflettere ulteriormente, prendo un accendino e lo avvicino alla zona umida d’alcool; WAAAAM!
(Cristo; la pianta prende fuoco!)

La piccola chiazza d’alcool arde appena ma la fiammella azzurra divampa in verticale sulle innumerevoli spine – che scopro essere INFIAMMABILISSIME- e in un attimo il cactus è avvolto in una colonna di fiamme!
(NO! OooNNOOOOOOO)

Scatto in piedi e ci soffio sopra ma il fuoco s’attizza ancor di più e insomma, NoN rIEsCo A SPegNerlOOOOOO!
Iniziano a bruciare anche le spine degli altri fusti, un’intensa luce arancione cresce in fretta nella stanza: non so che cazzo fare, vorrei mollare lì tutto e scapparmene a casa mia ma SONO GIA’ IN CASA MIA; allora prendo dal frigo una bottiglia di acqua frizzante Pioda – che è molto buona, frizzantissima; io la bevo sempre! – e la rovescio sulla piantaccia prima che mi ‘tacchi fuoco tutta la cucina!
(La pira si spegne: FRRRZZZZZTTTTTT… Resta nell’aria un odore strano, oleoso, che dir meglio non saprei)

Adesso la pianta è ancora qua, piuttosto mogia; nella cruda luce del giorno non pare esattamente carbonizzata ma io non lo so se poi si ripiglia.
Poco fa ho telefonato alla mia duchessa: “Ciao; senti, la tua pianta…”
“Eh; dimmi, l’hai tagliata?”
“N-no; io… cercavo un qualche modo per non tagliarla, e… Volevo solo salvarla, ti giuro…”
“Ah si? E invece?”
“Mah, niente… Solo che… Come dire? In verità non è che ne sappia molto, di piante, e poi forse…”
“Dimmi! Cosa c’è? ‘FORSE’ CHE COSA???”
“Beh, f-forse… Sono un cretino, ecco”

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