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FAI DA TE

Qui, nel mondo di Bergamo dove ormai abito da 15 anni, sono in molti ad aver dimestichezza con lavori di giardinaggio e manutenzione domestica: ogni famiglia o quasi sembra disporre di rastrelli, annaffiatoi, cesoie, e nei box e nei seminterrati pare che tutti abbiano trapani a colonna, seghe circolari, morse da banco e poi set di chiavi inglesi, giraviti, mandrini e salcazzo.
(Io no; mai avuto nulla di tutto ciò)

Io sono sempre stato il classico artistoide imbranato che se lo levi dai suoi disegni e dai suoi pennelli non sa fare N.U.L.L.A. : quando mi sono trasferito a Bergamo da Milano ho dovuto rivolgermi a degli operai anche solo per montare le librerie Ikea. Falegnami, elettricisti e idraulici son stati in casa mia presenza necessarie, che sempre ho accolto col sorriso bonario, pacioso dell’inetto e congedato con soldi alla mano e una smorfia contratta sul volto.
(Che prezzi, uè!)

Da qualche anno però mi sono, come dire?… Rotto i coglioni, ecco; è un po’ sfinente doversi sempre affidare a degli estranei per aggiustare magari un interruttore della luce, la maniglia d’una porta o un rubinetto che perde.
(Ormai ci sono tutorial su tutto, in rete!)

Da qualche anno mi è anche diventato sempre più difficile trovare qualcuno che venisse a farmi questi lavoretti in casa; professionisti e artigiani si dicono spesso impegnati da “lavori grossi”, dicono che non hanno tempo, che “magari passeranno più avanti” ma che adesso “per almeno 10 giorni non se ne parla”.
(Minchia)

Ho così cominciato a comprendere le profonde implicazioni dell’espressione “Fai da te”: in culo alle retoriche del collettivismo e della reciprocità il “Fai da te” è un invito anche un po’ filosofico all’apprendimento di tecniche e metodologie per potersi inoltrare nei meandri delle C.O.S.E. senza più guide o intermediazioni umane. Ogni oggetto, in casa o fuori, può essere aperto, staccato, smontato e capito; in fondo ad ogni malfunzionamento c’è una richiesta di comprensione, un grido di aiuto che di volta in volta viene lanciato dal Minipimer che non frulla più niente, dalla porta che sfrega contro il pavimento, dal forno che rimane freddo dopo l’accensione.
Il canto degli oggetti rotti è giunto a me limpido come quello degli oggetti funzionanti, e imparare a ripararli mi è parso qualcosa che avrebbe potuto fare di me un uomo migliore, un cittadino responsabile e un soldato.
(Ciò implica l’acquisto e l’impiego di altri oggetti, in una proliferazione che può rivelarsi esaltante)

Da più di un anno mi aggiro per le corsie dei Bricocenter, degli Obi e dei Leroy Merlin col mio abituale incedere spavaldo; adesso anch’io ho in casa set di chiavi inglesi, giraviti, mandrini e salcazzo.
Ora possiedo un trapano – è giallo! – una fresatrice, pinze, brugole, tasselli; con l’aumentare del mio arsenale di arnesi è andata espandendosi la mia sfera d’azione sulle C.O.S.E., in casa e fuori. Riparata la luce sul balcone – era spenta da anni- mi sono tuffato sotto al termosifone che perdeva, ho smontato e rimontato il citofono penzolante e quasi staccato dalla parete, ho aggiustato sedie di cucina traballanti e prese di corrente sprofondate nel muro.
(Sostituire un grande lampadario è stato un po’ più difficile, ma ce l’ho fatta!)

Nel giro di un anno mi sono anche reso conto che per riparare 19 cose ho dovuto comprarne circa 60 – perfino una Calamita Telescopica Flessibile Con Maniglia Antiscivolo che non mi è mai servita a un cazzo di nulla! – ma per me non è più questione di “risparmio”: adesso vado al Leroy Merlin quasi tutti i giorni e c’è questa cassiera – si chiama Patrizia – che quando mi vede arrivare, beh, lei…
E’ una bella donna sui 40 anni: capelli neri tinti e torpidi occhi azzurro/grigio leggermente a palla; accoglie con un sorriso tra il materno e lo strafottente i miei acquisti incongrui e io spero sempre che mi consideri una specie di muratore fico oppure un falegname molto fico o anche, semplicemente, un panzone malvestito di quasi 60 anni che però è dannatamente fico.
(P.A.T.R.I.Z.I.A.A.A. ❤ )

Lei batte flemmatica in cassa le mie spesette ossessive, a volte annuendo leggermente, e mentre punta il suo lettore sui codici a barre delle etichette io mi sento come se lo stesse puntando sul mio cuore, come se leggesse fra gli oggetti che ho disposto sul banco – nastro biadesivo, pinza a pappagallo, stucco per legno – le lettere di un alfabeto invisibile… Poi alza lo sguardo e mi spara il totale fissandomi in faccia e forse legge nei miei occhi quel poco che c’è da leggere: l’ostinazione e la nevrosi, il bisogno di controllo e la paura della realtà, l’infantile accanimento e lo zelo dilettantesco del mio approccio a materiali dei quali in fondo non so una minchia.
(Forse nei miei occhi c’è da leggere anche il pericolo, sempre presente, che per sbaglio mi fresi una mano o che trapanando dei pensili finisca col trapanarmi anche un polso)

Una volta stavo per dirle “ Beh, il pericolo è il mio mestiere, ahah”, meno male che non l’ho fatto: nella mia incompetenza avevo appena acquistato una sega circolare Bosch dal motore talmente potente che quando poi ho provato ad accenderla nel mio appartamento mi ha fatto saltare la corrente di casa: scattava il salvavita, avrei dovuto sostituirlo ma alla fine ho preferito sostituire la sega.
(Patriziaaaa)

Adesso in casa mia ci sono stecche di battiscopa accatastate contro le pareti in ingresso; ci sono prolunghe per terra, scatole di gesso scagliola e di cemento in polvere, secchi di vernice e di bianco per muri in giro per le stanze.
Dentro a degli scatoloni si accumulano confezioni di dischi abrasivi, rotoli di fil di ferro, punteruoli e morsetti e pennellesse, arnesi per tagliare il metallo e la ceramica, perfino un nuovo Kit Estraibile Pucci dello sciacquone in bagno che non ho ancora avuto il coraggio di estrarre e una resistenza da forno di ricambio che non ho ancora avuto il coraggio di ricambiare.
(Molti di questi oggetti li ho comprati solo per fare il figo con Patrizia, lo ammetto)

M-ma io… Io sono contento, davvero.
Più mi addentro nel mondo del “Fai da Te” e più mi sembra di essere integrato nel mondo di Bergamo; ora sento di far parte di una grande community di gente che non si incontrano mai, che se la sbrigano da soli, che non devono chiedere un cazzo a nessuno e spendono un casino di soldi per fare delle piccole stronzate casalinghe che però forse sono belle…
E poi solo, tra i miei arnesi, mi sento più coeso, ontologicamente giustificato e finalmente intelligibile, anche a me stesso; ora che scanalature, incastri e giunzioni animano il mio deserto interiore raggiungo – attraverso semplici misurazioni e un po’ d’aritmetica – conferme di rassicurante esattezza.
Nel “Fai Da Te” tutto obbedisce a rapporti di causa/effetto, tutto è regolabile, quasi tutto è compatibile e io, mentre freso e azzardo scassi a muro sento che qualcosa nelle superfici scabre si distende e si allinea, sento il dolore attenuarsi sotto strati di nastro isolante, sento che il vuoto può venire coperto e sigillato dietro pannelli di polistirene estruso e anche ogni imponderabile sentimento, dentro a vani di cartongesso, prenderà forme più accettabili, più gestibili.
(P. T. R. Z. I.A.A.A.A.A.A. ❤ ❤ ❤ )

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