Monna

William Gibson

MONNA LISA CYBERPUNK


Traduzione di Marco Pensante.

Copyright 1988 William Gibson.

Titolo originale dell’opera: “Mona Lisa Overdrive”.

Copyright 1991 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.

Prima edizione Altri mondi febbraio 1991.

Prima edizione IperFICTION Interno Giallo maggio1994.

Primaedizione Oscar Bestsellers marzo 1995.

Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.


1. Fumosa.

Il fantasma era un dono d’addio di suo padre, portatole da un segretario vestito di nero nella sala delle partenze di Narita. Durante le prime due ore di volo verso Londra, restò come dimenticato nella sua borsa. Era un oggetto liscio e scuro di forma allungata, un lato portava impresso l’onnipresente logo della Maas-Neotek, l’altro, invece, era curvo, per adattarsi al palmo della mano.

Sedeva ben dritta nella sua poltrona di prima classe, i lineamenti composti in una maschera modellata sul volto della madre morta. I sedili intorno a lei erano vuoti; suo padre aveva comprato gli altri posti. Rifiutò il pranzo offertole da uno steward nervoso. I sedili vuoti lo impaurivano: erano la dimostrazione della ricchezza e del potere di suo padre. L’uomo esitò, poi si ritirò con un inchino. Per un attimo ella permise che, sulla maschera di sua madre, comparisse un sorriso.

Pensò poi ai fantasmi che, da qualche parte nel cielo della Germania, osservavano il rivestimento delle poltrone che le stavano accanto. Come trattava bene i suoi fantasmi, suo padre.

C’erano fantasmi anche al di là del finestrino, fantasmi nella stratosfera, immagini vaghe che cominciavano a prendere forma non appena lei lasciava vagare lo sguardo. Sua madre a Ueno Park, con quel suo volto fragile nel sole autunnale. “Le gru, Kumi! Guarda le gru!” E Kumiko guardava oltre il laghetto di Shinobazu senza vedere niente, perché non c’erano gru, solo puntini neri saltellanti, sicuramente dei corvi. L’acqua color piombo sembrava liscia come la seta, e pallidi ologrammi indistinti ondeggiavano sul profilo lontano delle postazioni di tiro con l’arco. Ma Kumiko avrebbe visto molte volte le gru, dopo, in sogno; erano origami, oggetti geometrici ricavati da fogli di neon piegati, uccelli candidi e rigidi che volavano alti sul paesaggio lunare della follia di sua madre…

Ricordava il padre, con la vestaglia nera aperta su uno stormo di draghi tatuati, sprofondato in poltrona dietro la grande scrivania d’ebano; i suoi occhi erano chiari e inespressivi, come quelli di una bambola dipinta. «Tua madre è morta. Capisci?» Intorno a lei i piani delle ombre nello studio, l’oscurità geometrica. Lui allungava il braccio, nel cerchio di luce della lampada, tremando, l’indice puntato verso di lei, mentre la manica scivolava indietro, scoprendo il Rolex d’oro e altri draghi con la criniera ondeggiante avvinghiati al polso. Tendeva l’indice verso di lei. «Capisci?» Lei non aveva risposto, era corsa via a nascondersi in un posto che solo lei conosceva, il labirinto della più piccola delle macchine pulitrici. Ticchettarono intorno a lei tutta la notte, illuminandola a intervalli regolari con i laser rosa, finché suo padre la trovò e, profumato di whisky e sigarette Dunhill, la prese in braccio per portarla nella sua stanza. Ricordava le settimane che seguirono, le giornate opache passate più che altro in compagnia di questo o quel segretario, uomini cauti dal sorriso automatico, dall’ombrello accuratamente piegato. Uno di questi, il più giovane e meno cauto, le aveva dato una dimostrazione improvvisata di “kendo” in mezzo al marciapiede affollato nel centro di Ghinza, sotto l’orologio di Hattori. Maneggiava abilmente l’ombrello nero, sotto gli occhi stupiti delle commesse e dei turisti. E Kumiko aveva sorriso, spezzando con il suo stesso sorriso, la maschera funebre; per questo, il senso di colpa scavò ancora più profondamente e dolorosamente nel cuore, fino in fondo, dove solo lei conosceva la sua vergogna e la sua indegnità. Ma il più delle volte i segretari la portavano a fare spese, facendole visitare, uno dopo l’altro, tutti i grandi magazzini di Ghinza e le decine di boutiques di Shinjuku raccomandate da una guida Michelin scritta in giapponese turistico. Acquistava solo cose molto brutte, brutte e molto costose, e i segretari, stolidamente, camminavano accanto a lei, portando le borse di carta patinata. Al ritorno a casa le borse venivano poggiate con ordine in camera da letto dove restavano, intatte, finché le cameriere non le rimuovevano.

Dopo sei settimane, alla vigilia del suo tredicesimo compleanno, fu deciso che Kumiko andasse a Londra.

“Sarai ospite a casa del mio ‘kobun’” aveva detto suo padre.

“Ma io non voglio andarci” aveva detto lei, mostrandogli lo stesso sorriso di sua madre.

“Devi, invece” aveva detto suo padre, voltandosi. “Ci sono alcune difficoltà” aveva aggiunto rivolto alla penombra dello studio. “A Londra non correrai nessun pericolo.”

“E quando potrò tornare?”

Ma suo padre non le aveva risposto. Kumiko gli aveva rivolto un inchino ed era uscita dallo studio, ancora col sorriso di sua madre sulle labbra.

Il fantasma si risvegliò al tocco di Kumiko, mentre l’aereo iniziava la manovra di atterraggio a Heathrow. La cinquantunesima generazione dei biochip Maas-Neotek aveva prodotto un’immagine indistinta sulla poltrona accanto a lei, un ragazzo uscito da una sbiadita stampa di caccia, seduto con le gambe incrociate. Portava calzoni beige e stivali da equitazione.

«Ciao» disse il fantasma.

Kumiko chiuse gli occhi e aprì la mano. Il ragazzo fluttuò e scomparve. Lei guardò l’oggetto liscio che teneva nel palmo e chiuse lentamente le dita.

«Ciao di nuovo. Mi chiamo Colin. E tu?»

Lo osservò. Aveva occhi grigi e luminosi, l’alta fronte pallida sotto un ciuffo ribelle di capelli scuri. Intravedeva la fila dei sedili attraverso il luccicare dei suoi denti.

«Se la cosa ti sembra troppo spettrale» disse sorridendo «si può aumentare la risonanza.»

E per un istante restò lì, sgradevolmente reale, mentre il pelo sul risvolto del suo cappotto ondeggiava, reale come un’allucinazione. «Però si scarica la batteria» disse, ritornando all’aspetto di prima. «Non ho capito come ti chiami.» Di nuovo quel sorriso.

«Tu non sei reale» disse lei, in tono severo.

Lui alzò le spalle. «Non c’è bisogno di parlare così forte, signorina. Gli altri passeggeri potrebbero pensare che sei un po’ picchiata. Parla sottovoce. Percepisco tutto attraverso la pelle…» Allungò le gambe e si stiracchiò, tenendo le mani intrecciate dietro la testa. «La cintura di sicurezza, signorina. Io non ne ho bisogno, naturalmente, essendo, come hai giustamente notato, irreale.»

Kumiko, seccata, gettò l’unità addosso al fantasma, che scomparve. Allacciò la cintura, diede un’occhiata all’oggetto, esitò, poi lo riprese in mano.

«Allora, è la prima volta che vieni a Londra?» domandò lui, ricomparendo in un vortice. Lei annuì, senza volerlo. «Com’è volare? Non hai paura?»

Kumiko annuì di nuovo, sentendosi ridicola.

«Non preoccuparti, baderò io a te. Fra tre minuti saremo a Heathrow. Viene qualcuno a prenderti?»

«Il socio in affari di mio padre» disse lei, in giapponese.

Il fantasma sorrise. «Allora sei in buone mani, ne sono sicuro.» Le fece l’occhiolino. «A vedermi non si direbbe che conosco le lingue, vero?»

Kumiko chiuse gli occhi e il fantasma cominciò a sussurrarle qualcosa sull’archeologia di Heathrow, sul Neolitico, l’Età del Ferro, le ceramiche, gli utensili…

«Signorina Yanaka? Kumiko Yanaka?» L’inglese incombeva su di lei con la sua statura; la sua mole di “gaijin”, intabarrata in un abito grigio, lo rendeva simile a un elefante. Occhietti scuri la guardavano affabilmente dietro le lenti cerchiate di metallo. Il suo naso sembrava essere stato schiacciato e poi lasciato così com’era diventato. I capelli, quelli che restavano, erano rasati e sembravano stoppa grigia, e i guanti di maglia che portava erano consumati e senza dita.

«Mi chiamo Petal, signorina» disse, come per rassicurarla.

Petal chiamava la città “Fumosa”.

Kumiko rabbrividì sedendosi sul cuoio freddo e rossiccio; osservava attraverso i finestrini dell’antiquata Jaguar la neve che turbinava sciogliendosi sulla strada che Petal chiamava M4. Il cielo della sera era incolore. Lui guidava, abile, silenzioso, con le labbra increspate come se stesse fischiettando. Il traffico, ai suoi occhi di cittadina di Tokyo, era assurdamente leggero. Accelerarono sorpassando un camion Eurotrans privo di autista col frontale costellato di sensori e fanali. Malgrado la velocità della Jaguar, a Kumiko sembrava quasi di essere ferma; particelle di Londra iniziarono ad aggregarsi intorno a lei. Muri di mattoni, archi di cemento, lance in ferro dipinto di nero dritte in fila una dopo l’altra. Mentre la osservava, la città iniziava a definirsi. Una volta abbandonata la M4, quando la Jaguar si fermava agli incroci, Kumiko coglieva dei visi attraverso la neve, visi di “gaijin” arrossati sopra gli abiti scuri; menti affondati nelle sciarpe, ticchettio di tacchi femminili fra una pozzanghera e l’altra. Le file di case e di negozi le facevano venire in mente gli accessori meravigliosamente dettagliati che completavano un plastico ferroviario nel negozio di un antiquario di Osaka.

Non era come a Tokyo, dove il passato, quel poco rimasto, era conservato con cura maniacale. Là, la storia era diventata una cosa rara, catalogata dall’amministrazione, protetta dalla legge e dalle sovvenzioni. Qui, invece, la storia costituiva il tessuto stesso delle cose, come se la città fosse stata una concrezione di pietra e mattoni fatta di strati innumerevoli di messaggi e significati, generata nel corso dei secoli per obbedire alle leggi di un D.N.A. del commercio e dell’imperialismo ormai divenuto illeggibile.

«Mi spiace che Swain non sia potuto venire» disse Petal. Kumiko aveva meno difficoltà a capire il suo accento che la sua sintassi; sulle prime aveva scambiato la sua frase di scuse per una domanda. Pensò di chiamare il fantasma, poi cambiò idea.

«Swain» disse lei. «Il signor Swain è il mio ospite?»

Gli occhi di Petal la osservarono nello specchietto.

«Roger Swain. Suo padre non gliel’ha detto?»

«No.»

«Ah.» Petal fece un cenno col capo. «Il signor Canaka è molto scrupoloso in fatto di sicurezza in queste faccende, si capisce… Un uomo nella sua posizione e così via…» Sospirò. «Mi spiace per il riscaldamento. Pensavo che al garage avessero dato un’occhiata…» «Lei è uno dei segretari del signor Swain?» domandò, rivolgendosi alle pieghe del collo sopra il colletto del cappotto scuro.

«Un segretario?» Sembrò riflettere. «No. Non lo sono.» Svoltarono a una rotonda, oltrepassando tettoie metalliche e l’ondata serale di folla.

«Lei ha già cenato? Le hanno dato qualcosa da mangiare durante il volo?»

«Non avevo fame.» Era conscia della maschera di sua madre.

«Bene, le offrirà qualcosa Swain. Mangia un sacco di cibi giapponesi, Swain.» Fece uno strano schiocco con la lingua. Si voltò a guardarla. Lei guardava oltre, guardava il bacio dei fiocchi di neve, il movimento dei tergicristalli che li cancellava dal vetro.

La residenza di Swain a Notting Hill consisteva di tre case vittoriane collegate fra loro, situate da qualche parte in un dedalo nevoso di piazze, vialetti e abitazioni ricavate da scuderie. Petal, con due valigie di Kumiko in ciascuna mano, le spiegava che il numero 17 era l’entrata principale anche del numero 16 e del numero 18.

«Inutile bussare là» disse, gesticolando goffamente, mentre teneva ancora in mano le pesanti valigie e indicava la porta del numero 16, lucida di vernice rossa e ottoni. «Non c’è niente, là dietro, solo mezzo metro di cemento armato.»

Kumiko guardò le facciate quasi tutte uguali lungo il vialetto, che arretravano seguendone la leggera curva. La neve stava cadendo più fitta, e il cielo monotono era illuminato dalla luce rosa dei lampioni al sodio. La via era deserta, e la neve fresca, immacolata. L’aria fredda aveva un sapore straniero, un sentore impercettibile di bruciato, di combustibili di una volta. Le scarpe di Petal lasciavano grandi impronte nette; erano di tipo oxford e avevano la punta stretta e spesse suole di plastica rossa. Lei lo seguiva passo passo, e, iniziando a rabbrividire, salirono i gradini del numero 17.

«Sono io» disse lui; poi sospirò, posò le quattro valigie, si tolse il mezzo guanto dalla mano destra e premette il palmo su una tonda forma d’acciaio inserita nel pannello della porta. A Kumiko sembrò di udire un debole suono, un ronzio che divenne sempre più forte prima di cessare; la porta vibrò per i colpi attutiti della serratura magnetica che si apriva.

«Prima l’ha chiamata Fumosa» disse lei, abbassando la maniglia d’ottone «la città…»

«Fumosa, sì» rispose Petal, aprendo la porta ed entrando in un tepore luminoso. «E’ un vecchio modo di dire, una specie di soprannome.» Prese le valigie. I passi risuonarono felpati sulla moquette blu dell’atrio con le pareti rivestite di pannelli di legno bianco. Lei lo seguì, mentre la porta si richiudeva automaticamente. Una stampa era appesa sul rivestimento bianco, e raffigurava cavalli nella campagna e persone vestite di rosso. “Forse è lì che vive Colin il fantasma” pensò lei. Petal aveva di nuovo posato le valigie. Sulla moquette era caduta un po’ di neve pressata. Aprì un’altra porta, rivelando una gabbia d’acciaio dorato. Spostò rumorosamente le sbarre da una parte. Lei guardò dentro la gabbia, perplessa.

«L’ascensore» disse lui «Non c’è spazio per i bagagli. Farò un altro viaggio.»

Nonostante l’età, si mosse abbastanza silenziosamente quando Petal spinse uno dei pulsanti di porcellana. Kumiko fu costretta a stargli molto vicina; aveva un odore di lana bagnata e dopobarba floreale. «L’abbiamo sistemata qui in alto» disse, precedendola lungo uno stretto corridoio «perché abbiamo pensato che avrebbe preferito stare tranquilla.» Aprì una porta e le fece cenno di entrare. «Spero che vada bene…» Si tolse gli occhiali e li pulì energicamente. «Vado a prenderle le valigie.»

Non appena se ne fu andato, Kumiko girò lentamente intorno alla grande vasca da bagno di marmo nero che dominava il centro della stanza bassa e ingombra. I muri, obliqui verso il soffitto, erano rivestiti di specchi dorati pieni di macchie. Ai lati del letto più grande che avesse mai visto c’erano due minuscoli abbaini. Sopra il letto, nello specchio, erano inserite lampadine orientabili, simili alle lampade per leggere sugli aerei.

Si fermò accanto alla vasca per toccare il collo ricurvo del cigno dorato da cui usciva l’acqua; le ali aperte facevano da rubinetti. L’aria nella stanza era tiepida, immobile, e per un istante sembrò aleggiarvi la presenza di sua madre, come una nebbia pungente.

Petal, all’entrata, si schiarì la voce. «Bene» disse, affaccendandosi con le valigie «tutto a posto? Fame? No? La lascio a sistemare le sue cose…» Posò le valigie accanto al letto. «Quando avrà voglia di mangiare, suoni pure.» Petal indicò un vecchio telefono tutto decorato, con il ricevitore e il microfono d’avorio ornati di volute d’ottone. «Basta alzare la cornetta, non c’è bisogno di comporre il numero. Potrà far colazione quando vorrà. Chieda pure, le mostreranno dove. Poi potrà vedere Swain…»

Al ritorno di Petal la presenza di sua madre era svanita. Cercò di ritrovarla, quando lui le disse buonanotte e chiuse la porta, ma ormai era scomparsa.

Rimase a lungo accanto alla vasca, accarezzando il collo liscio di metallo del cigno.


2. Kid Afrika.

Kid Afrika arrivò tranquillamente a Dog Solitude l’ultimo giorno di novembre. Aveva come autista della sua Dodge d’annata una ragazza bianca che si chiamava Cherry Chesterfield.

Slick Henry e Little Bird stavano sfasciando la sega circolare che costituiva la mano sinistra del Giudice, quando la Dodge di Kid comparve alla vista; il cuscino ad aria rappezzato sollevava spruzzi marroni dell’acqua rugginosa che filtrava nell’irregolare piana d’acciaio di Solitude.

Little Bird fu il primo a vederla. Aveva una vista molto acuta, Little Bird, e un cannocchiale a dieci ingrandimenti che gli luccicava sul petto, tra ossa di animali vari e bossoli di cartuccia. Slick alzò lo sguardo dal braccio idraulico e vide Little Bird ergersi nei suoi due metri di statura e puntare il cannocchiale attraverso la grata d’acciaio priva di vetri che costituiva la maggior parte del muro sud della Fabbrica. Little Bird era magrissimo, quasi uno scheletro, e le ali lucide di capelli neri che gli erano valse il soprannome spiccavano ritte contro il cielo grigio. Teneva i capelli tagliati corti dietro e ai lati, ben sopra le orecchie; con le ali e la coda aerodinamica, sembrava indossare un gabbiano senza testa.

«Oh cazzo» disse Little Bird.

«Cosa?» Era difficile farlo concentrare, e ci voleva un’altra persona per fare quel lavoro.

«E’ quel negro di merda.»

Slick si alzò in piedi e si pulì le mani sui jeans, mentre Little Bird si toglieva il microsoft Mech-5 dalla presa dietro l’orecchio, dimenticando immediatamente la procedura di servocalibramento in otto punti necessaria per smontare la sega circolare del Giudice. «Chi guida?» Afrika non guidava mai, se poteva farne a meno.

«Non lo vedo.» Little Bird fece ricadere il cannocchiale tra lo strato di ossa e ottone.

Slick lo raggiunse alla finestra per osservare i miglioramenti della Dodge. Kid Afrika ritoccava periodicamente la vernice nero opaco del suo hovercraft utilizzando diligentemente una bomboletta spray; l’effetto tetro era compensato dalla serie di teschi cromati fissati sul paraurti anteriore. Una volta i teschi di metallo sfoggiavano lampadine natalizie al posto degli occhi, ma forse il Kid non dava più tanta importanza alla sua immagine.

Mentre l’hovercraft avanzava verso la Fabbrica, Slick udì Little Bird allontanarsi nell’ombra, raschiando con la suola dei pesanti stivali la polvere e i trucioli di metallo.

Vide, attraverso una polverosa lastra di vetro superstite, il veicolo che si abbassava sul cuscino d’aria e si fermava di fronte alla Fabbrica, scricchiolando ed emettendo vapore.

Qualcosa fece rumore, nel buio dietro di lui, e si accorse che Little Bird era dietro l’impalcatura della parte vecchia; stava inserendo il silenziatore nella scacciacani cinese che utilizzavano contro i conigli.

«Bird» disse Slick, gettando la chiave inglese sulla cerata «lo so che sei uno stronzo di paesano ignorante, ma perdio, devi proprio ricordarmelo?»

«Non mi piace quel negro di merda» disse Little Bird da dietro l’impalcatura.

«Già, e se quello si degnasse di notarti, neanche tu gli piaceresti. Se sapesse che sei qui dietro con quella pistola, te la caccerebbe in gola.»

Little Bird non rispose. Era cresciuto nei sobborghi bianchi poveri del Jersey, dove nessuno sapeva mai un cazzo di niente e tutti odiavano chi sapeva qualcosa.

«E penso proprio che lo aiuterei.» Slick chiuse la cerniera della giacca e uscì, andando verso la macchina di Kid Afrika.

Il finestrino impolverato dal lato del conducente era abbassato, e si poteva vedere un volto pallido, nascosto da un paio di enormi occhiali da sole. Gli scarponi di Slick scricchiolarono calpestando vecchie lattine arrugginite e appiattite come foglie secche. Il conducente si tolse gli occhiali e lo squadrò. Era una donna; gli occhiali, appoggiati sul collo, le nascondevano la bocca e il mento. Il Kid stava dalla parte opposta, un’ottima posizione nell’eventualità, improbabile, che Little Bird iniziasse a sparare.

«Fai il giro» disse la ragazza.

Slick girò intorno all’hovercraft, passando davanti ai teschi cromati, e udì il finestrino di Kid Afrika aprirsi con lo stesso suono dimostrativo.

«Slick Henry» disse Kid, mentre il respiro si faceva bianco all’atmosfera di Solitude «salve.»

Slick osservò il suo viso allungato. Aveva grandi occhi nocciola, come quelli di un gatto, baffetti sottili, e la pelle lucida come cuoio. «Ehi, Kid.» Slick sentì un odore come d’incenso che veniva dall’interno della macchina. «Come va?»

«Be’» disse il Kid, socchiudendo gli occhi «ti ricordi, una volta avevi detto che se avessi avuto bisogno di un favore…»

«Vero» disse Slick, provando una certa apprensione. Kid Afrika una volta gli aveva salvato la pelle, ad Atlantic City; aveva dissuaso certi tipi inferociti dallo scaraventare Slick giù da un balcone al quarantatreesimo piano. «Qualcuno vuole buttarti giù da un tetto?» «Slick» rispose il Kid «voglio presentarti una persona.»

«E poi saremo pari?»

«Slick Henry, questa bella ragazza è la signorina Cherry Chesterfield, di Cleveland, nell’Ohio.» Slick si abbassò e guardò la conducente. Capelli biondi arruffati, occhi cerchiati d’ombretto. «Cherry, questo è il mio caro amico, il signor Slick Henry. Ai suoi bei tempi viaggiava col Deacon Blues. Adesso si è rintanato qui a “creare”, capisci. E’ un uomo di talento, sai?»

«E’ quello che costruisce i robot, hai detto?» disse la ragazza, masticando gomma.

«Proprio lui» disse il Kid aprendo la portiera. «Tu aspettaci qui, Cherry.» Il Kid, avvolto in una pelliccia di visone il cui orlo gli sfiorava la punta degli stivaletti gialli di struzzo nuovi di zecca, si diresse verso Solitude; Slick vide di sfuggita qualcosa nel retro dell’hovercraft e con la coda dell’occhio colse un’immagine di bende e di intubazioni.

«Ehi, Kid» chiese «che c’è là dietro?» Il Kid fece un cenno a Slick con la mano ingioiellata, mentre la portiera dell’hovercraft si chiudeva con un tonfo e Cherry Chesterfield premeva i pulsanti dei finestrini.

«Proprio di quello dobbiamo parlare, Slick.»

«Non c’è molto da sapere, mi sembra» disse Kid Afrika, appoggiandosi a un banco da lavoro di metallo, sempre avvolto nella sua pelliccia. «Cherry ha una tessera tecmed e sa quindi che viene pagata. Bella ragazza, Slick.» Strizzò l’occhio.

«Kid…»

Nel retro dell’hovercraft di Kid Afrika c’era un tizio, che era come morto; in coma, o qualcosa del genere. L’avevano collegato a varie pompe, contenitori, tubi, e a una specie di impianto simstim, il tutto, batterie e il resto, fissato a una vecchia barella in lega.

«Che è questo?» Cherry, che li aveva seguiti dopo che Kid ebbe mostrato a Slick il tizio nell’hovercraft, scrutava perplessa l’imponente Giudice, o, almeno, quello che restava di lui; il braccio dotato di sega circolare era dove l’avevano lasciato, sul pavimento rivestito di cerata. “Se lei ha una tessera tecmed” pensò Slick “probabilmente al tecmed non si sono ancora accorti della sua mancanza.” Indossava almeno quattro giacconi di pelle, tutti troppo grandi per lei.

«Una delle opere d’arte di Slick, come ti dicevo.»

«Quello là sta morendo. Puzza come una merda.»

«Gli si è staccato un catetere. Ma a cosa dovrebbe servire, questo affare?» chiese Cherry.

«Non possiamo tenerlo qui, Kid, quello crepa. Se vuoi farlo fuori, sotterralo da qualche parte a Solitude.»

«Quell’uomo non sta morendo» replicò Kid Afrika «non è ferito, non sta male.»

«Che cazzo ha, allora?»

«E’ “sotto”, ragazzo. E’ in viaggio. Ha bisogno di pace e di tranquillità.»

Slick guardò prima il Kid e poi il Giudice, poi di nuovo il Kid. Il Kid disse che voleva che Slick custodisse quell’uomo per due, forse tre settimane; Cherry sarebbe rimasta a Solitude per accudirlo.

«Non ci capisco niente. Questo tipo è un tuo amico?»

Kid Afrika si strinse nelle spalle.

«Ma perché non lo tieni da te?»

«Non è così tranquillo da me. Non c’è abbastanza silenzio.»

«Kid» disse Slick «sono in debito con te, ma tutto questo è assurdo. Devo lavorare, e in ogni caso è veramente assurdo. Oltretutto c’è anche Gentry. Adesso è a Boston, ma torna domani sera e la cosa non gli andrà giù. Lo sai come è strano lui, con la gente… questo posto, più che altro, è suo. Sai com’è…»

«Ti stavano buttando giù dalla ringhiera, amico» replicò, cupo, Kid Afrika «ricordi ?»

«Ma sì, mi ricordo, io…»

«Si vede che non ti ricordi abbastanza bene. Forza, Cherry, andiamo. Non voglio attraversare Dog Solitude di notte.» Kid si allontanò dal tavolo di metallo.

«Kid, guarda…»

«Lascia perdere. Non sapevo chi cazzo eri, quella volta ad Atlantic City, solo non volevo vedere un ragazzo bianco sfracellato sulla strada, va bene? E se quella volta non sapevo chi eri, posso non saperlo anche adesso.»

«Kid.»

«E allora?»

«Va bene. Rimane qui. Due settimane al massimo. Mi dai la tua parola che torni a prenderlo? E devi anche aiutarmi a sistemare la cosa con Gentry.»

«Che gli serve?»

«Droga.»

Little Bird ricomparve mentre la Dodge di Kid si allontanava nel pantano di Solitude. Sbucò fuori da una catasta di automobili pressate, strati d’acciaio arrugginito e contorto che ancora conservava, in qualche punto, macchie di vernice lucida.

Slick lo osservava dall’alto di una finestra della Fabbrica. Alle intelaiature di metallo erano stati fissati fogli di plastica trovati nella spazzatura; ognuno aveva un colore e uno spessore diverso dagli altri, e così, voltandosi, Slick intravvide Little Bird attraverso una lastra di plastica rosa scuro.

«Chi ci sta, qui?» chiese Cherry, parlando dalla stanza dietro di lui. «Io, Little Bird, Gentry…»

«In questa stanza, voglio dire.»

Slick si voltò e la vide accanto alla barella e alle macchine collegate. «Ci stai tu» le rispose.

«E’ la tua stanza?» Osservava i disegni appesi al muro, gli schizzi fatti da lui che rappresentavano il Giudice e i suoi Investigatori, lo Strizzacadaveri e la Strega. «Non preoccuparti.»

«Non farti venire certe idee» disse lei.

Slick la osservò. Aveva un grosso livido su un lato della bocca. I suoi capelli decolorati erano ritti come se avessero ricevuto una scarica elettrica.

«Ti ho detto di non proccuparti.»

«Kid ha detto che avete l’elettricità.»

«Già.»

«Meglio collegarlo, allora» disse Cherry, voltandosi verso la barella. «Non consuma molto, ma le batterie si staranno scaricando.»

Slick attraversò la stanza per osservare il viso devastato dell’uomo. «Faresti meglio a spiegarmi qualcosa» le disse. Non gli piacevano quelle sonde. Ne aveva una infilata in una narice, e l’idea gli dava i conati di vomito. «Chi è quest’uomo e che cosa cazzo gli sta facendo Kid Afrika?»

«Non gli sta facendo niente» rispose lei, richiamando alcuni dati sul video di un biomonitor unito alla barella con nastro magnetico. «E’ ancora in fase REM, come se sognasse continuamente.» L’uomo sulla barella era immobilizzato dentro un sacco a pelo blu nuovo di zecca. «Comunque, questo qui, chiunque sia, ha pagato Kid per questa faccenda.»

L’uomo aveva una serie di elettrodi attaccati con cerotti sulla fronte; un cavo nero gli era stato inserito in una presa dietro l’orecchio sinistro, e pendeva lungo il bordo della barella. Slick lo seguì con lo sguardo, fino a incontrare la pesante apparecchiatura grigia montata sulla struttura. Un simstim? Non ne aveva l’aspetto. Una specie di deck ciberspazio? Gentry sapeva un sacco di cose sul ciberspazio, o, almeno, così diceva; Slick, però, non riusciva a ricordarsi che gli avesse detto qualcosa sul fatto che si potesse rimanere collegati anche se si era privi di sensi. C’era gente che si collegava per fregarli. Inserivano gli elettrodi, ed ecco che tutti i dati del mondo comparivano, uno dopo l’altro, come una grande città illuminata intorno a cui fare un giro per poi afferrarli, almeno visivamente, perché altrimenti sarebbe stato troppo complicato trovare la strada verso il dato richiesto. Iconiche, le chiamava Gentry.

«Lui paga il Kid?» «Già» disse lei. «Per cosa?»

«Per stare così. E anche per tenerlo nascosto.»

«Da chi?»

«Non so. Non l’ha detto.»

Nel silenzio che seguì, Slick udì il raschiare del respiro regolare dell’uomo


3. Malibu.

In casa c’era l’odore di sempre.

Era un odore che apparteneva al tempo alla salsedine e alla natura entropica delle ville di lusso costruite troppo vicino al mare. Forse era anche caratteristico delle case disabitate spesso e abitate poco, aperte e chiuse all’arrivo e alla partenza dei loro inquieti abitanti. Si immaginò le stanze vuote, le macchie di ruggine che si allargavano silenziosamente sul metallo, le muffe pallide che si impadronivano degli angoli oscuri. Gli architetti, rassegnati al corso eterno delle cose, avevano, in un certo senso, incoraggiato la corrosione; le massicce travi metalliche della terrazza erano state rosicchiate da anni di salsedine.

La casa era costruita, come quelle circostanti, sui resti di fondamenta in rovina, e lei, passeggiando lungo la spiaggia, a volte fantasticava sui tempi andati. Cercava di immaginare il passato di quel luogo, altre case e altre voci. In queste passeggiate era accompagnata da una telecamera esterna, un minuscolo elicottero Dornier che si alzava dalla sua postazione nascosta sul tetto quando lei scendeva dalla terrazza. Si librava senza quasi far rumore, ed era programmato per restare fuori dalla sua vista. Il modo con cui la seguiva aveva qualcosa di triste, come un regalo di Natale costoso e brutto.

Sapeva che Hilton Swift la stava osservando attraverso le telecamere del Dornier. Alla Senso/Rete non sfuggiva quasi nulla di quel che accadeva nella casa sulla spiaggia; la sua solitudine, la settimana di riposo che aveva chiesto, erano sotto controllo costante.

Anni di professione le avevano trasmesso una singolare indifferenza verso il sentirsi osservata.

Di notte, a volte, lei accendeva i fari che si trovavano sulla terrazza, illuminando i bizzarri geroglifici delle grandi pulci di mare. Lasciava al buio la terrazza e il salone sottostante. Sedeva su una sedia di plastica bianca e osservava il movimento browniano delle pulci. Nella luce vivida dei fari proiettavano ombre microscopiche, quasi invisibili, punti sfuggenti sulla sabbia.

Il rumore del mare la avvolgeva nel suo movimento. Nel profondo della notte, mentre dormiva, nella più piccola delle due stanze degli ospiti, ricompariva nei suoi sogni. Ma non ricompariva mai nei ricordi invadenti della sconosciuta.

Aveva scelto la stanza degli ospiti istintivamente. La camera da letto principale era minata di vecchi dolori.

I medici, in clinica, avevano usato delle pinze chimiche per eliminare la tossicodipendenza dai recettori nel suo cervello.

Si cucinava i pasti nella cucina bianca; scongelava il pane nel forno a microonde, preparava minestrine svizzere istantanee nelle lustre pentole d’acciaio, muovendosi lenta nello spazio sconosciuto, eppure sempre più familiare, dal quale era stata isolata così astutamente dalla polvere del progettista.

«Si chiama vita» disse, rivolgendosi al tavolo bianco. E che cosa avrebbe detto l’équipe di psicologi della Senso/Rete, pensò, se qualche microfono nascosto gliel’avesse trasmesso? Mescolò la minestra con un frullino e osservò il fumo che si alzava. Fa bene, pensò, fare le cose da soli; in clinica insistevano perché si rifacesse il letto. Poi si versò la minestra nel piatto, assorta, pensando alla clinica.

Aveva interrotto il trattamento con una settimana di anticipo. I medici avevano protestato. Avevano detto che la disintossicazione era andata a meraviglia, ma che la terapia non era ancora iniziata. Le avevano mostrato il tasso di ricaduta dei clienti che non completavano la cura. Le avevano spiegato che l’assicurazione non avrebbe pagato, se avesse interrotto il trattamento. Lei aveva risposto che avrebbe pagato la Senso/Rete, a meno che non preferissero che pagasse lei stessa mostrando il suo chip di platino MitsuBank.

Un’ora più tardi arrivò il suo jet personale; lei gli disse di portarla all’aeroporto di Los Angeles, richiese una macchina ad attenderla al suo arrivo ed escluse tutte le chiamate in entrata. «Spiacente, Angela» disse il jet, inclinandosi sopra Montego Bay qualche secondo dopo il decollo «ma ho Hilton Swift sul canale preferenziale.»

«Angie» disse Swift «sai che ti controllo costantemente. Lo sai.»

Lei si voltò a guardare l’ovale nero dell’altoparlante, al centro del pannello di plastica grigia, e immaginò Swift accovacciato là dietro, con le sue lunghe gambe da atleta piegate scomodamente, grottescamente, dietro la paratia del jet.

«Lo so, Hilton. Sei stato gentile a telefonarmi» rispose.

«Stai andando a Los Angeles, Angie.»

«Certo. Così ho detto al jet.»

«A Malibu.»

«Infatti.»

«Piper Hill sta venendo a prenderti all’aeroporto.»

«Grazie, Hilton, ma non voglio vederla. Non voglio nessuno. Voglio solo un’automobile.»

«Non c’è nessuno in casa, Angie.»

«Bene. E’ proprio quello che desidero, Hilton. Nessuno in casa. La casa vuota.»

«Sei sicura che sia una buona idea?»

«L’idea migliore che abbia avuto negli ultimi tempi, Hilton.»

Ci fu un attimo di silenzio. «Hanno detto che è andato proprio bene, il trattamento. Ma preferivano che tu rimanessi ancora un po’.»

«Ho bisogno di una settimana» disse lei «una settimana soltanto. Sette giorni. Da sola.»

Dopo la terza notte passata nella casa, si svegliò all’alba preparò il caffè e si vestì. La condensa offuscava la grande finestra di fronte alla terrazza. Un sonno tranquillo; se c’erano stati sogni, li aveva dimenticati. Ma c’era qualcosa, un’ansia, una vertigine, quasi. Restò ferma in cucina, sentendo il pavimento freddo attraverso i calzettoni bianchi, tenendo la tazza tiepida con entrambe le mani.

C’era qualcosa. Allungò le braccia, alzando la tazza di caffè come un calice; il gesto era, allo stesso tempo, istintivo e ironico.

Erano passati tre anni da quando il “loa” l’aveva posseduta; tre anni da quando l’avevano toccata. Ma ora?

Legba? Uno degli altri?

Improvvisamente, la sensazione della presenza scomparve. Posò precipitosamente la tazza sul tavolo, schizzandosi il caffè sulle mani, corse a cercare le scarpe e qualcosa per coprirsi. Trovò un paio di stivali di gomma verdi nella cabina, e un giaccone blu pesante di cui non si ricordava, troppo grande per essere di Bobby. Scese di corsa le scale e uscì, ignorando il ronzio dell’elica del Dornier giocattolo che si alzava dietro di lei come una paziente libellula. Guardò verso nord, verso il dedalo di case sulla spiaggia; la confusione dei tetti la faceva pensare a uno dei quartieri spagnoli. Si incamminò verso sud, in direzione della Colonia.

Era giunta Mamman Brigitte, o Grande Brigitte; alcuni dicono che è la moglie di Baron Samedi, altri la chiamano “la più antica dei morti”. L’architettura fantastica della Colonia si ergeva alla sinistra di Angie, in un caos di forme e di egocentrismo. Copie delle Watts Towers rivestite di neon e dall’aspetto fragile si levavano accanto a bunker neo-Brutalisti, di fronte a bassorilievi in bronzo.

Muri a specchio riflettevano, al suo passaggio, i banchi di nubi del Pacifico.

Certe volte, durante i passati tre anni, le era sembrato di essere sul punto di attraversare, o riattraversare, un confine, una sottile linea di fede, per scoprire che il tempo passato con il “loa” era stato solo un sogno, o, al massimo, un grumo contagioso di influenze culturali rimaste dalle settimane passate nell‘“oumphor” di Beauvoir nel New Jersey. In altre parole: gli dei e i Cavalieri non esistevano. Continuò a camminare, confortata dal rumore della risacca, dal pensiero dell’istante perpetuo del mare, quel suo ora-e-sempre.

Suo padre era morto, da sette anni ormai, e la registrazione della sua vita che le aveva lasciato le aveva detto molto poco. Che aveva servito qualcosa, o qualcuno, che era stato ricompensato con la conoscenza, e che lei era stata il suo sacrificio.

A volte le sembrava di avere tre vite, ognuna separata dall’altra da qualcosa di sconosciuto, senza nessuna speranza di raggiungere mai l’unità.

C’erano i ricordi d’infanzia dell’arcologia della Maas, scavata in cima a una mesa in Arizona; appoggiata a un parapetto di arenaria, col viso nel vento, immaginava che l’altopiano intero fosse la sua nave, con cui poter salpare verso il tramonto, oltre le montagne. Tempo dopo sarebbe fuggita da là, con la paura ficcata in gola come qualcosa di duro, e non riusciva più a ricordare l’espressione di suo padre l’ultima volta che l’aveva visto. Anche se doveva averlo visto sul video dell’ultraleggero, mentre gli altri aeroplani volavano in fila compatta contro il vento come moscerini iridati. Quella notte era finita la prima delle sue vite; anche la vita di suo padre era finita quella notte.

La sua seconda vita era stata breve, veloce e strana. Un uomo chiamato Turner l’aveva portata via dall’Arizona, e l’aveva lasciata insieme a Bobby, Beauvoir e gli altri. Ricordava poco di Turner, soltanto che era alto, muscoloso, e aveva l’aria di un uomo braccato. L’aveva portata a New York. Poi Beauvoir l’aveva portata nel New Jersey insieme a Bobby. Là, al cinquantatreesimo livello di una struttura “mincome”, Beauvoir le aveva spiegato i suoi sogni. Le aveva detto che i sogni sono qualcosa di reale, con il viso scuro lucido di sudore. Le aveva insegnato che tutti i sogni sono come le gocce di un vasto mare, mostrandole in che modo i suoi erano diversi e, allo stesso tempo, uguali a tutti gli altri. “Tu sola navighi il vecchio e il nuovo mare” le aveva detto.

Angie era stata posseduta dagli dei, nel New Jersey.

Aveva imparato ad abbandonarsi ai Cavalieri. Aveva visto il “loa” Linglessou possedere Beauvoir nell‘“oumphor”, lo aveva visto cancellare con i piedi i segni tracciati con la farina bianca. Nel New Jersey aveva conosciuto gli dei, e l’amore.

Il “loa” l’aveva guidata, quando era partita con Bobby per iniziare la sua terza vita, quella attuale. Erano bene assortiti Angie e Bobby, entrambi provenivano dal nulla: lei dal regno immacolato dei Biolaboratori Maas, Bobby dalla noia di Barrytown.

La Grande Brigitte la sfiorò senza preavviso. Lei inciampò, cadde quasi in ginocchio sulla battigia mentre il rumore del mare veniva risucchiato nell’orizzonte crepuscolare che le si apriva di fronte. Vedeva i muri imbiancati del cimitero, le tombe, i salici. Le candele. Sotto al salice più antico c’era una moltitudine di candele, e le radici contorte erano bianche di cera.

“Figlia, conoscimi”.

E Angie la sentì all’improvviso, e capì chi era, Mamman Brigitte, Mademoiselle Brigitte, la più vecchia dei morti.

“Io non ho culti, figlia, non ho un altare”.

Lei si scoprì ad avanzare lentamente, verso la luce delle candele, sentendo che le orecchie le ronzavano come se nel salice si nascondesse un grande nido di api.

“Il mio sangue è vendetta”.

Angie ripensò a Bermuda, a un uragano durante la notte; lei e Bobby si erano avventurati nell’occhio del ciclone. La Grande Brigitte era qualcosa di simile. Il silenzio, la sensazione di compressione e di forze inimmaginabili momentaneamente trattenute. Non si vedeva nulla, sotto il salice. Solo le candele.

«I “loa”… non posso chiamarli. Ho sentito qualcosa, sono venuta a vedere…»

“Sei stata chiamata al mio ‘reposoir’. Ascoltami. Tuo padre ha evocato i ‘vévé’ nella tua mente: li ha evocati in una carne che non è carne. Sei stata consacrata a Ezili Freda. Legba ti ha mandato nel mondo perché tu servivi ai suoi scopi. Ma ti hanno inviato il veleno, figlia, una ‘coup-poudre’.

Lei cominciò a perdere sangue dal naso. «Veleno?»

“I ‘vévé’ di tuo padre sono alterati, parzialmente cancellati, modificati. Anche se hai cessato di prendere il veleno, i Cavalieri non possono ugualmente raggiungerti. Io appartengo a un ordine diverso.

Sentì un dolore terribile alla testa, il sangue le pulsava nelle tempie. «Per favore…»

“Ascoltami. Hai tanti nemici. Complottano contro di te. La posta in gioco per tutto questo è alta. Temi il veleno, figlia!”

Si guardò le mani. Il sangue era vivido e reale. Il ronzio aumentò. Forse era nella sua mente. «Ti prego, aiutami! Spiegami…»

“Non puoi restare qui. Per te è la morte”.

Cadde in ginocchio nella sabbia, accecata dal sole, mentre le onde intorno rombavano. Il Dornier si librava nervosamente di fronte a lei, due metri più in là. Il dolore cessò all’istante. Si pulì le mani insanguinate sulla manica del giaccone. Le telecamere dell’unità mobile ronzarono e la inquadrarono.

«Va tutto bene» si sforzò di dire. «E’ solo un po’ di sangue dal naso. Solo un po’ di sangue…» Il Dornier si spostò velocemente avanti, poi indietro. «Adesso vado a casa. Sto bene.» Le telecamere sparirono silenziosamente dalla vista.

Angie si strinse con le braccia, tremante. “No, non farti vedere così. Loro sanno che è successo qualcosa, ma non hanno capito cosa.” Si sforzò di stare in piedi, si girò e cominciò a tornare sui suoi passi, nella direzione da cui era venuta. Mentre camminava, si frugò nelle tasche del giaccone cercando un fazzoletto, qualcosa per pulirsi il viso dal sangue.

Appena le sue dita trovarono l’angolo del pacchetto, subito riconobbe di cosa si trattava. Si fermò, rabbrividendo. La droga. Non era possibile. Invece sì. Ma chi? Si voltò e guardò il Dornier finché non si fu allontanato.

Il pacchetto. Bastava per un mese.

“Coup-poudre”.

Temi il veleno, figlia.


4. Tana.

Monna stava sognando di fare la danza della gabbia in un locale a Cleveland, nuda, avvolta in una colonna di luce calda e azzurra. Le facce che si accalcavano attorno a lei attraverso la cortina di fumo avevano la luce azzurra fissa nel bianco degli occhi. Avevano l’espressione solita degli uomini che la guardavano ballare, con gli occhi fissi ma allo stesso tempo chiusi dentro se stessi, quegli occhi che non dicevano nulla, e i volti, malgrado il sudore, sembravano scolpiti in una materia che della carne aveva solo l’aspetto.

Non che le importasse di come la guardavano, mentre era nella gabbia; eccitata, accaldata, seguiva il ritmo. Tre canzoni in programma, l’effetto del wiz al culmine, e la forza che sentiva nelle gambe sembrava farla volare…

Uno di loro l’afferrò alla caviglia.

Voleva gridare, ma non ci riuscì, non subito, e quando l’urlo uscì sembrò che qualcosa dentro le si spezzasse dolorosamente; la luce azzurra si squarciò, ma la mano, la mano c’era ancora, stretta intorno alla sua caviglia. Saltò sul letto come una molla, brancolando nel buio, strappandosi i capelli dagli occhi.

«Che ti prende, bella?»

Lui le posò la mano sulla fronte e la fece ridistendere nella sua impronta tiepida sul cuscino.

«Un sogno…» la mano era ancora là, le faceva venire voglia di gridare. «Hai una sigaretta, Eddy?» La mano si allontanò. Lo scatto e il bagliore dell’accendino. Vide i lineamenti di lui mentre le accendeva una sigaretta e gliela passava. Si alzò in fretta a sedere e piegò le ginocchia sotto il mento, coprendole con la coperta militare come una tenda, perché in quel momento non voleva che nessuno la toccasse.

La gamba incrinata della sedia di plastica trovata nella spazzatura scricchiolò in modo preoccupante mentre lui si appoggiava allo schienale, accendendosi una sigaretta. “Rompiti” pensò lei “fallo finire col culo per terra, così poi mi picchia.” Almeno era buio, così non doveva vedere la tana. La cosa peggiore era svegliarsi con la testa a pezzi, troppo nauseata per muoversi, la mattina dopo essere rientrata precipitosamente dimenticandosi di richiudere la plastica nera; così entrava il sole cocente che illuminava ogni dettaglio e riscaldava l’aria e cominciavano a volare le mosche.

Nessuno le aveva mai messo una mano addosso, a Cleveland chiunque fosse stato così intorpidito da poter attraversare il campo era già troppo ubriaco per muoversi, forse anche per respirare. Neppure i clienti, a meno che non l’avessero pattuito con Eddy e pagato extra, e poi era solo per finta.

Qualunque cosa volessero fare con lei, doveva essere come un rito, e così tutto sembrava accadere in un’altra vita. Aveva imparato a osservarli, quando si lasciavano andare. Quello era il lato più interessante, perché si lasciavano andare davvero e restavano completamente indifesi, magari solo per una frazione di secondo, ma in quel momento era come se non fossero neanche lì.

«Eddy, io divento pazza, non ci posso più dormire, qui.»

Altre volte lui l’aveva picchiata per molto meno, così si nascose il viso tra la coperta e le ginocchia, aspettando.

«Certo» rispose lui «vuoi tornare dai pesci gatto? Vuoi tornare a Cleveland?»

«Non ce la faccio più.»

«Domani.»

«Domani cosa?»

«E’ presto abbastanza? Domani sera, con un jet privato? A New York, subito? Allora la pianterai di rompermi i coglioni?»

«Per piacere, tesoro» si sporse verso di lui «possiamo prendere il treno…»

Lui le allontanò la mano con violenza.

«Hai la merda al posto del cervello.»

Se lei si fosse lamentata un’altra volta, se avesse osato dire qualcosa a proposito della tana o fargli capire che era un fallito e che tutte le sue belle idee non portavano a un bel niente, Eddy sarebbe esploso, lo sapeva che sarebbe esploso. Come quella volta che si era spaventata per gli insetti, quelle specie di scarafaggi chiamati cimici del palmetto, ma era stato perché quei maledetti affari erano per metà dei mutanti; qualcuno aveva tentato di sterminarli con qualcosa che gli incasinava il D.N.A., e così c’erano questi scarafaggi mostruosi che morivano perché avevano troppe teste e troppe zampe oppure non abbastanza. Una volta ne aveva visto uno che sembrava avesse ingoiato un crocifisso o qualcosa del genere, e aveva la schiena o il guscio o quel cazzo che era storpiato in un modo che le faceva venire il vomito.

«Tesoro» disse lei, cercando di addolcire la voce «non so che farci, questo posto mi…»

«Hooky Green» disse lui, come se non l’avesse sentita «ero da Hooky Green e ho incontrato uno che ci porta via. Si è accorto di me, capito? Ha occhio per il talento.» Monna vide quasi il suo sorriso nel buio. «Uno di Londra, in Inghilterra. Uno scopritore di talenti. Entra da Hooky e subito grida: “Sei mio!”.»

«E’ un cliente per me?» Hooky Green era l’ultimo locale, in ordine di tempo, in cui Eddy aveva deciso che avrebbe fatto successo; era al quarantatreesimo piano di un grattacielo di vetro, con quasi tutti i muri diroccati, all’interno. Aveva una pista da ballo grande come un intero isolato, poi se n’era andato quando si era accorto che lì dentro nessuno gli prestava molta attenzione. Monna non aveva neanche mai visto Hooky di persona, il giocatore di football in pensione che possedeva il locale. “Lo stronzo Hooky Green faccia di bronzo”, però per ballare era fantastico.

«Vuoi ascoltarmi sì o no? Cliente una sega. E’ l’uomo giusto, ha gli agganci, è arrivato in cima e tira su anche me. E sai una cosa? Ti porto con me.»

«Ma che cos’è che vuole?»

«Un’attrice. Una specie di attrice. E un tipo in gamba per lanciarla e tenerla in cima.»

«Attrice? Lanciarla dove?»

Lo sentì aprire la cerniera della giacca. Cadde qualcosa sul letto, vicino ai suoi piedi. «Duemila.»

Cristo. Allora forse non era uno scherzo. Ma se non era uno scherzo, che cazzo era?

«Quanto hai beccato stasera, Monna?»

«Novanta.» Veramente erano 120, ma aveva contato l’ultimo come straordinario. Di solito aveva troppa paura di lui per fargliela, ma aveva bisogno di soldi per il wiz.

«Tienili, comprati dei vestiti. Non come quelli che usi per lavorare, non servono le chiappe di fuori per questo giro.»

«Quand’è?»

«Domani, ti ho detto. Puoi salutarlo questo posto.»

Appena lo disse, Monna quasi trattenne il respiro.» La sedia scricchiolò di nuovo. «Novanta, eh?» «Già.»

«Racconta un po’.»

«Eddy, sono così stanca…»

«No» disse lui.

Ma quello che lui voleva non era la verità, e neppure qualcosa che le assomigliasse. Voleva una storia, la storia che le aveva insegnato a raccontargli. Non gli interessava sapere che cosa le dicevano – quasi tutti avevano una cosa che volevano dirle a tutti i costi, e di solito lo facevano – o come venivano a chiederle di mostrare la sua tessera del sangue. E neanche sapere la solita storiella che le raccontavano tutti, che quello che non si può guarire si può curare, né quello che volevano fare a letto.

Eddy voleva sentire la storia di quel tipo grande e grosso che l’aveva trattata come una pezza da piedi. Solo che al momento di raccontarlo non doveva far apparire troppo forte la prestazione, perché sarebbe sembrato che valesse più di quanto era stata pagata. La cosa principale era che in quella immaginaria prestazione lui l’aveva trattata come una macchina noleggiata per una mezz’ora. Ce n’erano molti così ma di solito spendevano i soldi alle sale manichini o lo facevano in simstim. Monna cercava quelli che volevano parlare, che poi magari alla fine le offrivano un panino, il che era brutto, certo, ma non abbastanza per Eddy. E c’era un’altra cosa che Eddy voleva sentire da lei: che non le piaceva, ma che a un certo punto lo voleva, lo voleva da pazzi.

Lei allungò la mano nel buio e toccò la busta piena di soldi.

La sedia scricchiolò un’altra volta.

Così cominciò a raccontargli di come, uscendo da un negozio, questo tipo grande e grosso l’aveva aggredita chiedendole bruscamente quanto voleva. La cosa l’aveva imbarazzata, ma glielo aveva detto e lui aveva risposto che gli andava. Allora erano andati nella sua macchina, che era vecchia, grande e puzzava di bagnato – dettaglio preso dai tempi di Cleveland – e lui, più o meno, se l’era sbattuta sul sedile. «Davanti al negozio?»

«Dietro.»

Eddy non l’accusava mai di essersi inventata qualcosa, anche se lei sapeva che, in qualche modo, le aveva insegnato una traccia generale da seguire e in fondo si trattava sempre della stessa storia. Quando disse che l’uomo le aveva tirato su la gonna – quella nera, e sotto portava gli stivali bianchi – e le aveva tolto le mutandine, Monna sentì tintinnare la fibbia della cintura mentre Eddy si sfilava i jeans. Una parte di lei si chiedeva, mentre lui le scivolava accanto nel letto, se la posizione che stava descrivendo fosse fisicamente realizzabile. Comunque, continuò il racconto, che a Eddy stava facendo effetto. Si ricordò di dire che il tizio le aveva fatto male, mentre glielo piazzava dentro, anche se era molto bagnata. Disse che l’aveva afferrata per i polsi, anche se ormai si stava confondendo e l’unica cosa che le sembrava certa era che doveva avere il sedere per aria. Eddy aveva iniziato a toccarla, sfiorandole il seno e il ventre, e così passò dalla descrizione brutale delle posizioni a quella delle sensazioni che in quel momento Eddy voleva che lei provasse.

Le sensazioni che lui si aspettava da lei erano qualcosa che Monna non aveva mai provato. Lei sapeva che esiste un punto in cui farlo era doloroso, eppure ancora bello, ma che non si trattava di questo. Eddy voleva sentirla dire che era doloroso e che la faceva stare male, eppure le piaceva. Questo per Monna non aveva nessun senso, però aveva imparato a dirlo come piaceva a lui.

Infatti funzionava sempre. Eddy si mise sopra di lei, con la coperta gettata sulla schiena, e le aprì le gambe. Monna pensò che lui stava mentalmente osservando la scena che lei raccontava come un cartone animato, e intanto si era trasformato in quell’uomo senza volto che la scopava. Le aveva afferrato i polsi e glieli aveva immobilizzati sopra la testa, proprio come gli piaceva.

E quando lui ebbe finito e si fu addormentato, voltandosi dall’altra parte, Monna restò sveglia nel buio, accarezzando nella mente il sogno di partire, luminoso e incredibile.

Per favore, fa’ che sia vero.


5. Portobello.

Kumiko si svegliò nel letto enorme e restò completamente immobile ad ascoltare. Si udiva il rumore fioco del traffico lontano, continuo. Nella stanza faceva freddo. Sollevò sopra di sé il piumino rosa, come una tenda, e scese dal letto. Gli abbaini erano ornati dalla brina scintillante. Andò verso la vasca e girò l’ala dorata del cigno. L’uccello tossì, gorgogliò e iniziò a riempire la vasca. Ancora avvolta nella trapunta, aprì le valigie e iniziò a scegliere i vestiti da indossare, appoggiandoli uno a uno sul letto.

Appena fu pronto il bagno, lasciò scivolare sul pavimento il piumino e scavalcò la parete di marmo della vasca, immergendosi stoicamente nell’acqua caldissima. Il vapore che si era formato aveva sciolto la brina e la condensa gocciolava sui vetri delle finestre. Si chiese se tutti i bagni inglesi fossero dotati di vasche come quella. Si insaponò accuratamente con una saponetta francese ovale, si alzò, sciacquò via la schiuma meglio che poteva. Avvolta in un grande asciugamano nero, dopo qualche ricerca trovò il lavandino, il bidet e il gabinetto. Erano nascosti in una stanzetta che sembrava essere stata uno spogliatoio, con i muri ornati di un rivestimento scuro.

Il telefono, con quella sua forma teatrale, suonò due volte.

«Sì?»

«Sono Petal. Desidera la colazione? Roger è qui, impaziente di vederla.»

«Grazie» rispose lei. «Mi sto vestendo.»

Indossò i suoi pantaloni di cuoio più belli e più morbidi, poi si nascose in un maglione blu di lana pelosa, così grande che sarebbe potuto andare bene a Petal. Aprendo la borsettina del trucco, vide l’unità Maas-Neotek. La sua mano vi si chiuse sopra, automaticamente. Non aveva intenzione di evocare il fantasma ma era sufficiente un tocco: apparve subito. Allungava comicamente il collo, osservando a bocca aperta il basso soffitto rivestito di specchi.

«Non siamo nel Dorchester, immagino.»

«Sono io che faccio le domande» disse Kumiko. «Che posto è questo?» «Una camera da letto» rispose lui. «Di dubbio gusto, anche.»

«Rispondi alla domanda, per piacere.»

«Bene» rispose lui, studiando il letto e la vasca da bagno. «Dallo stile, si direbbe un bordello. Ho accesso ai dati storici di quasi tutti gli edifici di Londra, ma su questo non c’è niente di particolare. Costruito nel 1848. Solido esempio di classico stile vittoriano. Il quartiere è costoso senza essere alla moda, preferito da avvocati di un certo livello.» Colin si strinse nelle spalle. Lei intravedeva il bordo del letto attraverso il luccichio dei suoi stivali bruni da equitazione.

Lasciò cadere l’unità nella borsetta e lui sparì.

Kumiko si arrangiò senza difficoltà con l’ascensore; arrivata nell’atrio bianco, seguì il suono delle voci, lungo una specie di corridoio e poi dietro l’angolo.

«Buon giorno» disse Petal, mentre sollevava il coperchio d’argento di un piatto da portata. Ne uscì del fumo. «Ecco l’elusivo signor Swain, ed ecco la colazione.»

«Salve» la salutò l’uomo, avanzando col braccio teso verso di lei. Occhi incolori, un volto allungato e lineamenti marcati. I capelli sottili, color topo, erano pettinati obliquamente sulla fronte. Kumiko non riuscì a capire quanti anni avesse: aveva un viso da giovane, ma sotto gli occhi grigiastri c’erano rughe profonde. Era alto, spalle e braccia da atleta. «Benvenuta a Londra.» Le prese la mano, la strinse e la lasciò andare.

«Grazie.»

Swain portava una camicia senza colletto a righine sottili rosse su fondo azzurro, dai polsini fermati da gemelli ovali d’oro satinato; il colletto sbottonato mostrava un tatuaggio scuro, triangolare. «Ho parlato con suo padre questa mattina e gli ho detto che è arrivata sana e salva.»

«Lei è un uomo importante.»

«Prego?» Gli occhi incolori si socchiusero.

«I draghi.»

Petal rise.

«Le lasci far colazione» disse qualcuno, una voce femminile.

Kumiko si voltò, vedendo una figura scura e sottile di fronte alle alte finestre; dietro le finestre c’era un giardino recintato immerso nella neve. Gli occhi della donna erano nascosti da lenti argentate in cui si riflettevano la stanza e i suoi occupanti.

«Un’altra ospite» disse Petal.

«Mi chiamo Sally» replicò la donna. «Sally Shears. Mangia, cara. Se anche tu ti annoi come me, avrai voglia di fare una passeggiata.» Kumiko la guardò, e allora la donna si toccò le lenti, come se volesse toglierle. «Portobello Road è a un paio di isolati da qui. Ho bisogno di prendere un po’ d’aria.» Le lenti a specchio sembravano prive di montatura.

«Roger» chiese Petal, servendo delle fettine rosate di pancetta da un vassoio d’argento «pensi che Kumiko sarà al sicuro con la nostra Sally?»

«Senz’altro, visto il suo umore di stamattina» rispose Swain. Si rivolse a Kumiko, che accompagnò alla tavola. «Temo che qui non ci sia molto da divertirsi per lei, ma cercheremo di farle avere tutte le comodità possibili e di mostrarle un po’ la città. Non è Tokyo, però.» «Non ancora, almeno» disse Petal, ma Swain fece finta di non sentire. «Grazie» disse Kumiko, mentre Swain le avvicinava la sedia.

«E’ un onore» disse lui. «Il rispetto che abbiamo per suo padre…» «Ehi» lo interruppe la donna «è ancora troppo piccola per queste stronzate. Risparmiacele.»

«Sally stamattina ha la luna» disse Petal mentre scodellava nel piatto di Kumiko un uovo strapazzato.

Il cattivo umore di Sally si trasformò in collera a stento repressa, una furia che trapelava dai suoi passi, dal ticchettio rabbioso dei tacchi sul selciato gelido.

Kumiko dovette affrettarsi per raggiungerla, mentre la donna si allontanava dalla casa di Swain, lungo il vialetto. Le sue lenti mandavano bagliori gelidi sotto il sole opaco dell’inverno. Indossava pantaloni aderenti di camoscio marrone e una voluminosa giacca nera, di cui aveva rialzato il collo. Vestiti costosi. I capelli neri, corti, la facevano rassomigliare a un ragazzo.

Per la prima volta, dopo la partenza da Tokyo, Kumiko provò paura. L’energia soffocata che covava in Sally era quasi tangibile, un nodo di rabbia che poteva sciogliersi in qualsiasi momento.

Kumiko infilò la mano nella borsetta e strinse l’unità Maas-Neotek; all’istante, Colin fu accanto a lei, camminando a passi allegri con le mani in tasca senza lasciare impronte sulla neve sporca. Allora lei lasciò andare l’unità, e lui sparì, ma la ragazza si sentì rassicurata. Non doveva temere di perdere di vista Sally, il cui passo seguiva con fatica, perché il fantasma l’avrebbe certamente riportata a casa di Swain. “Se scappo via da lei” pensò “mi aiuterà lui.” A un incrocio, la donna si fece largo tra le auto che passavano, allontanando Kumiko con noncuranza dalla traiettoria di un pesante taxi Honda nero, a cui riuscì anche a dare un calcio al paraurti mentre si allontanava.

«Bevi qualcosa?» le domandò, stringendo con la mano il braccio di Kumiko.

Kumiko fece cenno di no. «Per favore, mi fate male al braccio.»

Sally allentò la presa, ma Kumiko fu guidata attraverso due porte di vetro satinato, in mezzo al rumore e al caldo, in una specie di cunicolo affollato rivestito di legno scuro e velluto beige consunto. Si trovarono sedute faccia a faccia a un tavolino di marmo, sul quale erano appoggiati un posacenere Bass, un boccale di birra scura, il bicchiere vuoto di whisky che Sally aveva ordinato al banco e un bicchiere di spremuta di arancia. Kumiko osservò che tra le lenti chiare e la pelle di Sally non c’era nessun distacco.

Sally prese il bicchiere di whisky vuoto, lo fece dondolare senza sollevarlo e lo guardò perplessa. «Una volta ho incontrato tuo padre» disse. «Non era così in alto, allora.» Lasciò perdere il bicchiere per prendere il boccale. «Swain ha detto che sei una mezza “gaijin”. Ha detto che tua madre era danese.» Bevve un sorso di birra. «Non ne hai l’aspetto.»

«Lei mi ha fatto cambiare gli occhi.»

«Ti stanno bene.»

«Grazie. I vostri occhiali» disse meccanicamente «sono molto belli.» Sally si strinse nelle spalle. «Il tuo vecchio ti ha già fatto visitare Chiba?»

Kumiko scosse la testa.

«Furbo, da parte sua. Al suo posto avrei fatto lo stesso.» Bevve altra birra. Le sue unghie, evidentemente di resina acrilica avevano il colore e le sfumature della madreperla. «Ho sentito parlare di tua madre.»

Col viso in fiamme, Kumiko abbassò gli occhi.

«Non sei qui per questo. Sai, non ti ha spedito qui da Swain a causa di tua madre. C’è una guerra. Da quando sono nata non ci sono mai state lotte intestine nelle alte sfere degli Yakuza. Però adesso è cambiato.» Sally appoggiò il boccale vuoto, che risuonò sul tavolo. «Non può tenerti con sé, tutto qui. Saresti un bersaglio troppo facile. Uno come Swain è abbastanza fuori mano per i rivali di Kanaka. Perché avresti un passaporto con un falso nome, se no? Swain ha un debito con Kanaka. Così sei a posto, no?»

Kumiko sentì spuntare le lacrime.

«E invece non lo sei.» Tamburellò sul tavolino con le unghie madreperlate. «Lei si è uccisa e tu non sei a posto. Ti senti in colpa, vero?»

Kumiko guardò gli specchi gemelli.

Portobello era affollato di turisti come Shinjuku. Sally Shears, dopo aver insistito perché bevesse la spremuta, ormai tiepida e sgasata, la portò fuori nella strada congestionata. Mentre Kumiko la seguiva da vicino, Sally cominciò a farsi strada lungo il marciapiede, tra i tavolini pieghevoli di metallo drappeggiati di velluti strappati, su cui erano esposti centinaia di oggetti di cristallo e argento, ottone, porcellana. Kumiko osservava e Sally la trascinava via dalle file di piatti dell’Incoronazione e teiere con la pappagorgia di Churchill. «Questo è “gomi”» si azzardò a dire Kumiko appena si fermarono a un incrocio. Sally fece un sorriso sardonico. «Qui siamo in Inghilterra. Il “gomi” è un’importante risorsa naturale, insieme al talento. E’ quello che sto cercando ora. Talento.»

Il “talento” indossava un abito di velluto verde bottiglia e scarpe di camoscio immacolate. Sally lo trovò in un altro pub il Rose and Crown. Lo presentò a Kumiko col nome di Tick. Era appena più alto di Kumiko, e aveva qualcosa di deforme nella schiena, o nel fianco, che lo faceva camminare zoppo, il che accentuava l’impressione di asimmetria. I capelli neri erano corti dietro e ai lati, ma aveva un mucchio di riccioli unti sulla fronte.

Sally gli presentò Kumiko. «E’ una mia amica giapponese. E tieni le mani a posto.» Tick sorrise impercettibilmente e le guidò a un tavolino.

«Come vanno gli affari, Tick?»

«Bene» rispose lui, cupo. «Come si sta in pensione?»

Sally si sedette su una panca imbottita, appoggiando la schiena al muro. «Be’» rispose «è una specie di va e vieni.»

Kumiko la osservò. La collera era svanita, oppure la stava abilmente mascherando. Sedendosi, infilò la mano nella borsetta e trovò l’unità. Colin apparve sulla panca, accanto a Sally.

«Sei stata gentile a ricordarti di me» disse Tick, prendendo una sedia. «Ormai sono già due anni, mi pare.» Aggrottò un sopracciglio in direzione di Kumiko.

«Lei è a posto. Conosci Swain, Tick?»

«Solo di fama, grazie.»

Colin studiava il loro scambio di battute affascinato e divertito, muovendo la testa di qua e di là come se stesse osservando una partita di tennis. Kumiko dovette ricordarsi che era l’unica a vederlo.

«Devi distrarlo da me. Non deve sapere niente.»

Tick la guardò. La metà sinistra del suo viso si contraeva in una lenta strizzata d’occhio. «Be’, non è che chiedi poco tu, eh?»

«Soldi buoni, Tick. Il meglio.»

«Stai cercando qualcosa in particolare, o ti occupi solo del grano sporco? Come se non si sapesse che lui è un boss del racket. Non mi piacerebbe venire beccato nella sua zona.»

«Ma ci sono i soldi.»

Tick strizzò due volte gli occhi, rapidamente.

«Roger mi sta spremendo, Tick, e qualcuno sta spremendo lui. Non so cosa vogliano da lui e non mi interessa poi molto. Mi basta sapere che cosa vuole da me. Sapere chi, dove e quando. Collegati alle chiamate in entrata e in uscita. E in contatto con qualcuno, perché l’affare continua a cambiare.»

«Dici che potrei scoprire qualcosa?»

«Dai un’occhiata, Tick, fallo per me.»

Di nuovo lo strizzare d’occhio convulso. «E va bene. Vedremo di darci da fare.» Tamburellò nervosamente con le dita sull’orlo del tavolino. «Offri un giro?»

Colin guardò Kumiko e spalancò gli occhi.

«Non capisco» disse Kumiko, seguendo di nuovo Sally lungo Portobello Road. «Mi ha coinvolta in un intrigo…»

Sally sollevò il collo della giacca per proteggersi dal vento.

«Potrei tradirla. Sta complottando contro il socio di mio padre. Non ha nessuna ragione per fidarsi di me.»

«O tu di me, cara. Potrei essere uno di quei cattivi di cui si preoccupa il tuo papà.»

Kumiko rifletté. «Lo è davvero?»

«No. E se tu sei una spia di Swain, vuol dire che da qualche tempo a questa parte è diventato molto più barocco. Se sei una spia del tuo vecchio, forse Tick non serve. Però, se dietro a tutto questo c’è la Yakuza, perché usare Roger come paravento?»

«Io non sono una spia di nessuno.»

«Allora comincia a esserlo di te stessa. Se Tokyo è la padella, forse sei caduta nella brace.»

«Ma perché mi avete coinvolto?»

«Eri già coinvolta, per il solo fatto di essere qui. Paura?»

«No» disse Kumiko, chiedendosi perché mai questo dovesse essere vero.

Più tardi, quel pomeriggio, sola nella sua stanza, Kumiko si sedette sull’orlo del letto e si tolse gli stivali bagnati, poi prese l’unità Maas-Neotek dalla borsetta.

«Chi sono?» chiese al fantasma, appollaiato sul bordo della vasca di marmo bianco.

«I tuoi amici del pub?»

«Sì.»

«Criminali. Personalmente, ti consiglierei di sceglierti una miglior compagnia. La donna è straniera, nordamericana. L’uomo è londinese, dell’East End. E’ un ladro di dati, chiaramente. Non ho accesso ai dati della polizia, tranne per quanto riguarda i crimini di interesse storico.»

«Non so che cosa fare.»

«Volta l’unità.»

«Cosa?»

«Sul retro. C’è un incavo a forma di mezzaluna. Infila l’unghia del pollice, e gira.»

Si aprì uno sportellino. Microinterruttori.

«Punta l’indicatore A/B su B. Usa qualcosa di sottile, di appuntito, ma non una penna a sfera.»

«Una che?»

«Una penna. Per via dell’inchiostro e della polvere; rovina i circuiti. Uno stuzzicadenti sarebbe l’ideale. Così è programmato per registrare automaticamente al suono della voce.»

«E poi?»

«Nascondilo di sotto. Poi domani risentiremo tutto con calma.»


6. La luce del mattino.

Slick Henry passò la notte su un pezzo rosicchiato di espanso grigio al piano terra della Fabbrica, sotto un banco da lavoro, avvolto in un foglio frusciante di plastica da imballaggio che puzzava di monomeri liberi. Sognò Kid Afrika e la sua macchina, e nel sogno le due cose si fondevano, i denti di Kid diventavano teschi cromati.

Lo svegliò una folata di vento gelido che faceva entrare la neve attraverso le finestre rotte della Fabbrica.

Restò disteso pensando al problema della sega circolare del Giudice. Il polso tendeva a deformarsi ogni volta che si cercava di tagliare qualcosa di più spesso del cartone. Nel progetto originale Slick aveva previsto che le dita fossero articolate, ognuna terminante con una microsega elettrica, ma per varie ragioni aveva dovuto rinunciarvi. L’elettricità non era soddisfacente. Non era sufficientemente fisica. L’aria era quello che ci voleva, grandi serbatoi d’aria compressa, oppure un motore a combustione interna se fosse stato possibile trovare i pezzi. Si potevano trovare le parti quasi di tutto, a Dog Solitude, avendo la pazienza di scavare. E se non si aveva fortuna, c’era una mezza dozzina di città del Jersey, nella fascia disabitata, che avevano ettari di campi sparsi di rottami di macchine pronti per essere presi.

Strisciò sotto al tavolo, trascinando come un mantello la coperta trasparente di bollicine di plastica. Pensò all’uomo disteso sulla barella nella sua stanza, e a Cherry, che stava dormendo nel suo letto. A lei non sarebbe venuto il torcicollo. Si stirò e sussultò. Gentry sarebbe tornato presto. Avrebbe dovuto dargli diverse spiegazioni, e lui non voleva avere gente intorno.

Little Bird aveva preparato il caffè nella stanza che fungeva da cucina della Fabbrica. Il pavimento era di piastrelle di plastica deformate, e lungo una parete c’erano lavelli di metallo opaco. Le finestre erano schermate da cerate traslucide che si muovevano al risucchio del vento e lasciavano entrare una luce lattiginosa che faceva sembrare le stanza ancora più fredda di quanto non fosse.

«Come stiamo ad acqua?» chiese Slick, entrando nella stanza. Uno dei compiti di Little Bird era di controllare tutte le mattine i serbatoi sul tetto, eliminando le foglie cadute portate dal vento o qualche corvo morto. Poi controllava i sigilli dei filtri e faceva entrare una quarantina di litri di acqua fresca, se gli sembrava di essere a corto. Ci voleva quasi una giornata intera per far filtrare quaranta litri dal sistema al serbatoio di raccolta. Il fatto che Little Bird se ne occupasse scrupolosamente era l’unico motivo per cui Gentry sopportava la sua presenza, ma forse la discrezione del ragazzo era un altro punto a suo favore. Little Bird riusciva a essere quasi invisibile, per quanto riguardava Gentry.

«Ce n’è un sacco» disse Little Bird.

«C’è modo di farsi una doccia?» chiese Cherry, seduta su una vecchia cassetta di plastica. Aveva le occhiaie, come se non avesse dormito, e aveva nascosto il livido con il fondotinta.

«No» rispose Henry «non in questo periodo dell’anno.»

«Come pensavo» disse Cherry, cupamente, rannicchiata nella sua collezione di giacche di cuoio.

Slick si versò quel che restava del caffè e lo bevve stando in piedi di fronte a lei.

«Che c’è?» chiese la ragazza.

«Tu e il tuo tipo lassù. Come mai sei scesa? Finito il turno?»

Lei mostrò una ricetrasmittente che aveva nella tasca della giacca più esterna. «Se succede qualcosa, si accende.»

«Dormito?»

«Sì, abbastanza bene.»

«Io no. Da quanto lavori per Kid Afrika, Cherry?»

«Una settimana, più o meno.»

«Sei davvero un tecmed?»

Lei si strinse nelle sue giacche. «Quanto basta per curare il Conte.» «Il Conte?»

«Già. Kid l’ha chiamato così, una volta.»

Little Bird rabbrividì. Ancora non si era messo al lavoro sull’acconciatura, e i capelli gli stavano ritti da tutte le parti. «E se è un vampiro?» chiese timidamente.

Cherry lo fissò. «Mi prendi in giro?»

Con gli occhi spalancati, Little Bird scosse la testa solennemente. Cherry guardò Slick. «Il tuo amico fa sul serio?»

«Nessun vampiro» disse Slick a Little Bird «quelli non esistono, capito? Esistono solo in simstim. Quel tizio non è un vampiro, chiaro?»

Little Bird annuì lentamente, senza sembrare affatto convinto, mentre il vento tendeva la plastica contro la luce biancastra.

Slick Henry avrebbe voluto lavorare al Giudice, quella mattina, ma Little Bird era sparito di nuovo e l’immagine dell’uomo sulla barella continuava a ossessionarlo. Faceva molto freddo; avrebbe dovuto abbassare di un grado il riscaldamento nella zona occupata da Gentry in cima alla Fabbrica e procurarsi delle stufe. Ma questo avrebbe significato litigare con Gentry per la corrente. L’elettricità era di Gentry, perché era lui che sapeva come fregare l’Ente Fissione.

Per Slick stava iniziando il terzo anno di permanenza alla Fabbrica, ma, quando l’aveva scoperta, Gentry era già lì da quattro anni. Slick aveva eseguito molti lavori per Gentry, nei primi tempi, perché lui voleva ampliare gli spazi disponibili. Quando la mansarda di Gentry fu terminata, Slick aveva ereditato la stanza dove ora erano sistemati Cherry e l’uomo chiamato il Conte. Gentry sosteneva che la Fabbrica era sua, dato che lui era arrivato per primo e sapeva come procurare l’elettricità all’insaputa dell’Ente. Però Slick eseguiva molti compiti di cui Gentry non voleva occuparsi, come ad esempio controllare le scorte di viveri. E se si guastava qualcosa di importante, se un cavo andava in corto circuito oppure si bloccava il filtro dell’acqua, era Slick ad avere gli attrezzi per ripararli.

A Gentry la gente non piaceva. Tutti i giorni passava ore e ore con i suoi deck, gli organi-F.X. e gli oloproiettori, uscendo dalla sua stanza solo quando aveva fame. Slick non riusciva a capire a quale scopo, però invidiava a Gentry la sua ossessione così totale. Non c’era nulla al mondo che potesse raggiungere Gentry. Kid Afrika non sarebbe mai riuscito ad arrivare fino a Gentry, proprio perché Gentry non sarebbe mai andato ad Atlantic City a piantarsi nei casini per farsi salvare da lui e doversi poi sdebitare.

Slick Henry entrò nella sua stanza senza bussare, e vide che Cherry stava lavando con una spugna il petto del Conte usando guanti monouso. Aveva portato su la stufa a butano della stanza che faceva da cucina, e si scaldava l’acqua in una pentola. Slick si costrinse a osservare il viso smunto dell’uomo. Le labbra socchiuse mostravano denti gialli da fumatore. Una faccia comune, come tante, un viso che si potrebbe incontrare in qualunque bar.

Lei alzò lo sguardo verso Slick.

Lui si sedette sul bordo del letto, su cui lei aveva disteso il sacco a pelo come una coperta, con il lato strappato al di sotto.

«Dobbiamo parlare, Cherry. Chiarire un po’ la faccenda.» Lei strizzò la spugna nella pentola.

«Com’è che ti sei messa con Kid Afrika?»

Cherry infilò la spugna in una busta ziploc e la ripose nella borsa nera di nylon dell’hovercraft di Kid. Osservandola, Slick notò che non faceva neppure un gesto in più del necessario, e non sembrava pensare a quello che stava facendo. «Conosci un posto che si chiama Moby Jane?»

«No.»

«E’ un bar vicino alla statale. Un mio amico faceva il gestore lì, e dopo un mese circa l’ho raggiunto. Moby Jane è una tipa enorme. Se ne sta in una vasca a galleggiare nel retro del bar, all’esterno, con una flebo di freebase 4 infilata nel braccio, e fa veramente schifo. Insomma, capita che mi trasferisco lì con il mio amico Spencer, il nuovo gestore, perché avevo dei casini con la tessera a Cleveland e non potevo lavorare.»

«Che casini?»

«I soliti. Vuoi sentire la storia o no? Così Spencer mi mette al corrente delle tristi condizioni della proprietaria. Allora l’ultima cosa che voglio che si sappia è che sono un tecmed, se no mi mettono a cambiare i filtri della vasca e a pompare freebase dentro quella pazza allucinata che pesa due quintali. Insomma, mi mettono a servire ai tavoli e a spinare la birra. E mi va bene. C’è anche della bella musica. E’ un posto un po’ da grezzi, ma non ho problemi perché sanno tutti che sto con Spencer. Solo che una mattina mi sveglio e Spencer è sparito. Poi salta fuori che se n’è andato con i soldi.» Mentre parlava, asciugava il petto dell’uomo con fibra assorbente bianca. «Così mi strapazzano un po’.» Cherry lo guardò e si strinse nelle spalle. «Alla fine mi dicono quello che hanno intenzione di fare: ammanettarmi con le mani dietro la schiena, mettermi nella vasca con Moby Jane, alzare al massimo la flebo e dirle che il mio amico le ha tirato un bidone.» Gettò il pezzo di fibra bagnata nella pentola. «Allora mi chiudono in uno sgabuzzino per farmici pensare un po’. Però, quando la porta si apre, vedo Kid Afrika. Io non lo conoscevo. Comincia a tirarmi una storia tipo signorina Chesterfield ho ragione di credere che fino a poco tempo fa eravate un tecnico medico autorizzato.»

«E così ti ha fatto un’offerta.»

«Un bel cazzo. Ha solo controllato i miei documenti e mi ha tirato fuori di lì. In giro non c’era anima viva, eppure era sabato pomeriggio. Andiamo nel parcheggio, dove vedo questo hovercraft con i teschi davanti e due negri che ci stanno aspettando, e mi dico che qualsiasi cosa che non sia finire nella vasca di Jane per me va bene.» «C’era l’amico qui, nel retro?»

«No.» Si tolse i guanti. «Il Kid mi fa guidare fino a Cleveland, fino a un sobborgo della periferia. Ci sono grandi case vecchie, con i giardini tutti malandati. Ci fermiamo davanti a una villa con un sacco di sistemi di allarme, penso che fosse casa sua. Questo qui» disse, rimboccando il sacco a pelo sotto il mento dell’uomo «stava in una delle camere da letto. Ho dovuto iniziare subito. Kid Afrika ha detto che mi avrebbe pagata bene.»

«E sapevi già che ti avrebbe portato qui a Solitude?»

«No. Ma penso che neanche lui lo sapesse. E’ successo qualcosa. Kid Afrika la mattina dopo mi dice che dobbiamo partire. Penso che l’abbia spaventato qualcosa. E’ stato a quel punto che l’ha chiamato Conte. Era incazzato, e forse anche spaventato. “Il Conte e il suo L.F. di merda” ha detto.»

«Il suo cosa?»

«“L.F.”.»

«E cosa sarebbe?»

«Questo, penso» disse Cherry, indicando l’impianto grigio e senza indicazioni di sorta montato sulla testa dell’uomo.


7. Nessun luogo laggiù.

Lei immaginò Swift che la aspettava sulla terrazza, con indosso, come tutti gli inverni, i suoi amati tweed, giacca e panciotto spaiati: uno a spina di pesce e l’altro a quadretti, ma tessuti della stessa lana, probabilmente ricavata dalla stessa pecora e addirittura filata sulla stessa collina. L’abbigliamento, poi, era studiato a Londra da un comitato, in una stanza sopra un negozio di Floral Street che lui non aveva neanche mai visto. Gli facevano confezionare camicie a righe con i tessuti di Charvet, a Parigi; gli fornivano le cravatte facendo tessere la seta a Osaka con il logo della Senso/Rete ricamato minutamente. Eppure, chissà come, sembrava sempre che fosse stata sua madre a vestirlo.

In terrazza non c’era nessuno. Il Dornier restò sospeso e poi sfrecciò via verso la sua postazione. Angie sentiva ancora addosso la presenza di Mamman Brigitte.

Entrò in cucina e si lavò il sangue secco dal viso e dalle mani. Entrando in salotto, si sentì come se lo vedesse allora per la prima volta. Il pavimento sbiadito, le cornici dorate e la tappezzeria di velluto delle poltrone Luigi Sedici, lo sfondo cubista di un Valmier. “Come l’abbigliamento di Hilton” pensò “studiato da estranei di talento.” Gli stivali lasciavano tracce di sabbia bagnata sul pavimento stinto, mentre si avvicinava al vano delle scale.

Kelly Hickman, l’addetto al suo guardaroba, si era occupato della villa mentre lei era in clinica; aveva sistemato il suo bagaglio da lavoro nella camera padronale. Nove custodie da fucile di Hermès, semplici, rettangolari, simili a bare di cuoio rossiccio da sella. Non ripiegavano mai i suoi vestiti. Erano sempre distesi in mezzo a pezzi di tessuto di seta.

Si fermò sulla soglia, guardando il letto vuoto e le nove bare di cuoio.

Entrò in bagno, pareti di vetrocemento e piastrelle bianche, chiudendo a chiave la porta. Aprì un armadietto dopo l’altro ignorando le file ordinate di prodotti da toilette, medicinali e cosmetici. Trovò l’iniettore nel terzo armadietto, accanto a una confezione di dermi. Si piegò a fissare la plastica grigia su cui era stampato un logo giapponese, quasi timorosa di toccarlo. Sembrava nuovo, mai usato. Era quasi sicura di non averlo comprato lei, né di averlo dimenticato nell’armadietto. Estrasse la droga dalla tasca del giaccone e la esaminò, rigirandola più volte tra le mani e osservando la polvere violetta che ricadeva dentro gli scomparti monodose sigillati.

Vide sé stessa che appoggiava il pacchetto sull’orlo del piano di marmo, vi posizionava sopra il caricatore, poi staccava un derma dal suo supporto e lo inseriva. Vide il lampo rosso del diodo appena il caricatore ebbe prelevato la dose. Si vide mentre rimuoveva il derma, tenendolo sulla punta dell’indice come una ventosa bianca. La superficie interna, umida, brillava di minuscole particelle di dimetilsulfossido.

Si girò, fece tre passi e lasciò cadere il pacchetto sigillato nel gabinetto. Galleggiava come una barchetta giocattolo, e la droga restava perfettamente asciutta. Perfettamente. Con la mano che tremava, prese una limetta di acciaio inossidabile e si mise in ginocchio sulle piastrelle bianche. Dovette chiudere gli occhi mentre teneva il pacchetto e infilava la punta della limetta sotto la chiusura, girandola. La limetta cadde tintinnando sul pavimento mentre lei premeva il pulsante dello sciacquone e le due metà del pacchetto vuoto sparivano. Appoggiò la fronte contro lo smalto freddo, poi si sforzò di alzarsi in piedi, andò al lavandino e si lavò le mani accuratamente.

Perché adesso, e lo sapeva bene, quello che voleva di più al mondo era leccarsi le dita.

Quello stesso giorno, più tardi, nel pomeriggio grigio, andò in garage a prendere un contenitore di plastica corrugata, lo portò in camera da letto e cominciò a mettere via le cose di Bobby che erano rimaste. Non c’era molto: un paio di jeans di cuoio che non gli piacevano, qualche camicia scartata o dimenticata, e, nell’ultimo cassetto della scrivania di tek, un deck ciberspazio. Era un Ono-Sendai, poco più che un giocattolo. Stava tra un intrico di cavi neri, una serie di elettrodi simstim da poco prezzo e un tubetto untuoso di pasta salina. Lei pensò al deck che usava Bobby, quello che aveva preso con sé, un modello Hosaka fatto su ordinazione, con i tasti non segnati. Era un deck da cowboy; Bobby insisteva nel volerlo portare con sé durante i viaggi, anche se creava problemi nei controlli doganali. Angie si chiese perché avesse comprato l’Ono-Sendai per poi abbandonarlo. Era seduta sulla sponda del letto. Prese il deck dal cassetto e se lo appoggiò sulle ginocchia.

Molto tempo prima, in Arizona, suo padre l’aveva avvertita di non collegarsi. Le aveva detto che non ne aveva bisogno. Ed era così, infatti, perché aveva sognato il ciberspazio, come se le linee fluorescenti della griglia della matrice la stessero aspettando dietro le palpebre. Non c’è luogo, là, dicevano ai bambini quando spiegavano il ciberspazio. Ricordò la lezione tenuta da un maestro sorridente nell’asilo-nido riservato ai figli dei dirigenti dell’arcologia. Sullo schermo scorrevano immagini: si vedevano dei piloti con caschi enormi e guanti ingombranti; la tecnologia primitiva neuroelettronica del “mondo virtuale” li teneva collegati strettamente ai loro veicoli. Coppie di microterminali video inviavano loro flussi di dati di combattimento, e i guanti vibrotattili a risonanza provvedevano a ricreare la sensazione tattile dei pulsanti, dei grilletti. Col progredire della tecnologia i caschi furono rimpiccioliti, i videoterminali si atrofizzarono.

Angie si piegò in avanti e prese la serie di elettrodi simstim, scrollandoli per liberare i cavi dall’intrico.

Nessun luogo, laggiù.

Allargò la fascetta elastica e adattò gli elettrodi ai lati delle tempie; era uno dei gesti più comuni del mondo, ma lei lo faceva di rado. Premette il pulsante di controllo della batteria dell’OnoSendai. Comparve un segnale verde. Poteva iniziare. Premette l’interruttore, e la stanza sparì dietro un muro incolore di statica sensoriale. Nel cervello fluì un torrente di rumore bianco.

Premette un secondo pulsante, a caso, e venne catapultata oltre il muro statico, in un vasto spazio informe, il vuoto irreale del ciberspazio. Intorno a lei, le linee luminose della griglia della matrice formavano come una gabbia infinita.

«Angie» disse la casa, con voce tranquilla ma insistente «ho una chiamata di Hilton Swift.»

«Sul canale preferenziale?» Stava mangiando fagioli in umido e pane tostato sul tavolo di cucina.

«No» rispose la casa, in tono fiducioso.

«Cambia tono» disse Angie, masticando i fagioli. «Mettici un po’ di ansietà.»

«Il signor Swift sta aspettando» disse la casa, nervosamente.

«Così va meglio» esclamò lei mentre metteva la pentola e il piatto nella lavastoviglie «però voglio qualcosa che si avvicini di più all’isterismo.»

«Vuoi prendere la chiamata o no?» La voce era convulsa per la tensione.

«No. Comunque, mantieni la voce così. Mi piace.»

Entrò in salotto, contando a bassa voce. Dodici, tredici…

«Angie» ricominciò la casa, gentile «ho una chiamata da Hilton Swift.» «Sul canale preferenziale» disse Swift.

Lei gli fece una pernacchia.

«Sai che rispetto il tuo desiderio di solitudine, ma sono preoccupato per te.»

«Sto bene, Hilton. Non hai niente di cui preoccuparti. Arrivederci.» «Stamattina sei inciampata, in spiaggia. Sembravi agitata Ti sanguinava il naso.»

«Infatti mi è solo uscito un po’ di sangue dal naso.»

«Noi vorremmo che tu ti sottoponessi a un’altra visita.»

«Stupendo.»

«Sei entrata nella matrice, oggi. Ti abbiamo rilevata nel settore industriale dell’A.M.B.A.»

«Ah sì?»

«Hai voglia di parlarne?»

Non c’è niente di cui parlare. Stavo solo facendo due salti. Comunque, se vuoi proprio saperlo, stavo mettendo via della roba che Bobby aveva lasciato qui. L’avresti approvato anche tu, Hilton! Ho trovato uno dei suoi deck e l’ho provato. Ho premuto un tasto, solo un’occhiata e poi l’ho spento.»

«Ti chiedo scusa, Angie.»

«Per cosa?»

«Per averti disturbata. Adesso vado.»

«Hilton, sai dov’è Bobby?»

«No.»

«Vuoi farmi credere che gli organi di sicurezza della Senso/Rete non l’hanno tenuto sotto controllo?»

«Ti dico che non lo so, Angie. E’ la verità.»

«Ma se tu volessi, potresti scoprirlo?»

Un’altra pausa. «Non lo so. Se anche potessi, non sono sicuro che lo farei.»

«Grazie. Arrivederci, Hilton.»

«Arrivederci, Angie.»

Quella notte si sedette in terrazza, al buio, osservando le pulci che danzavano contro la sabbia illuminata dai fari. Pensava a Brigitte, al suo avvertimento, alla droga trovata nel giaccone, all’iniettore nell’armadietto delle medicine. Pensava al ciberspazio e al triste senso di oppressione provato con l’Ono-Sendai, così diverso dalla libertà dei “loa”.

Pensava ai sogni dell’altra, a corridoi che si arrotolavano su se stessi, tappeti antichi dai colori smorzati. Un vecchio con la testa fatta di pietre preziose, lineamenti tirati, occhi di specchio. E una spiaggia ventosa al buio.

Non quella spiaggia, non Malibu.

E da qualche parte, in un buio mattino californiano, alcune ore prima dell’alba, attraverso i corridoi, le gallerie, i volti di sogno, i frammenti di conversazione quasi dimenticati, svegliandosi e vedendo la foschia pallida sui vetri della camera padronale, sollevò qualcosa e lo trascinò oltre il muro del sonno.

Rotolò giù dal letto, si mise a frugare in un cassetto del comodino, e, trovata una penna Porsche, regalo di un assistente scenografo, scrisse la sua preziosa scoperta sulla copertina patinata di una rivista di moda italiana: T-A.

«Chiama Continuity» disse alla casa, bevendo la terza tazza di caffè. «Ciao, Angie» disse Continuity.

«Quella sequenza orbitale che abbiamo registrato due anni fa. Lo yacht di quel belga» disse, sorbendo il caffè che si stava raffreddando. «Come si chiamava il posto dove mi voleva portare? Quello che secondo Robin era troppo da arricchiti.»

«Freeside» rispose il sistema, esperto.

«Chi c’è registrato?»

«Tally Isham vi ha registrato nove sequenze.»

«Ma non era troppo volgare per lei?»

«Risalgono a quindici anni fa. Freeside allora era di moda.» «Procurami quelle sequenze.»

«Eseguito.»

«Ciao.»

«Arrivederci, Angie.»

Continuity stava scrivendo un libro. Robin Lanier gliene aveva parlato, e lei aveva chiesto di che argomento trattasse. Lui le aveva risposto che non trattava proprio di un argomento particolare. Il libro si avvolgeva su se stesso e cambiava in continuazione: Continuity lo scriveva perennemente. Lei gli chiese il perché, ma Robin aveva già perso ogni interesse: perché Continuity era un’I.A., e si sa che le I.A. fanno cose strane.

L’aver interpellato Continuity costò ad Angie una chiamata da parte di Swift.

«Angie, a proposito di quella visita…»

«Non l’hai ancora fissata? Voglio tornare al lavoro. Stamattina ho chiamato Continuity. Sto pensando a una sequenza orbitale; sto rivedendo delle cose girate da Tally, potrei ricavarne qualche idea.» Ci fu un momento di silenzio. Le venne da ridere. Era difficile azzittire Swift. «Ne sei sicura, Angie? E’ meraviglioso, ma vuoi farlo davvero?»

«Sto veramente meglio, Hilton. Sto proprio bene. Ho voglia di lavorare. La vacanza è finita. Fai venire qui Porphyre; prima di vedere gente vorrei sistemare i capelli.»

«Sai, Angie, questa notizia ci rende tutti molto felici.»

«Chiama Porphyre. Fissa la visita.» “‘Coup-poudre’. Chi, Hilton? Magari tu?” pensò.

Lui ne aveva la possibilità, rifletté Angie mezz’ora dopo, camminando sulla terrazza avvolta dalla foschia. La sua tossicodipendenza non aveva preoccupato la Senso/Rete, non aveva influito sul suo rendimento: non aveva avuto effetti collaterali sul suo fisico. In caso contrario, la Senso/Rete non le avrebbe permesso di cominciare. “Il progettista della droga” pensò “dovrebbe saperlo.” Ma non gliel’avrebbe mai svelato, anche ammettendo di poterlo rintracciare, cosa di cui Angie dubitava. “Supponiamo che il progettista non fosse lui” pensò, appoggiata alla ringhiera arrugginita “e che la molecola fosse stata sintetizzata da qualcun altro, per dei fini suoi…”

«Il tuo parrucchiere» disse la casa.

Angie entrò.

Porphyre la stava aspettando, fasciato in un jersey di colore spento, una novità di qualche sarto parigino. Sul viso, liscio e lucido come l’ebano, gli apparve un sorriso compiaciuto non appena la vide. «Signorina» la rimproverò «assomigli veramente a un pezzettino di merda!»

Angie rise. «Vergogna vergogna» squittì Porphyre, dando buffetti con le sue lunghe dita alla zazzera di lei, fingendo repulsione «la signorina ha fatto la cattiva. Te l’aveva detto, Porphyre, che quella droga ti faceva male.»

Lei lo guardò; era molto alto, e, lei lo sapeva, incredibilmente forte. Come un levriero imbottito di steroidi, aveva detto qualcuno. Il cranio depilato aveva una simmetria sconosciuta in natura.

«Stai bene?» le chiese, in un altro tono; la vivacità affettata era sparita, come se qualcuno avesse premuto un interruttore.

«Sì.»

«E’ stato doloroso?»

«Già. Infatti.»

«Sai» le disse, toccandole piano il mento con la punta del dito «nessuno riusciva a capire che cosa ne ricavassi, da quella merda. Non sembrava mandarti tanto su di giri.»

«Non era quello, lo scopo. Era come essere qui, o là, solo non ero costretta…»

«A pensarci?»

«Sì.»

Lui scosse la testa, lentamente. «Allora era proprio merda.»

«Al diavolo» disse Angie. «E’ finita.»

Sul viso di lui ricomparve un sorrisetto. «Laviamo i capelli.»

«Ma li ho lavati ieri!»

«No! Dove? Ma davvero!» e la fece andare verso le scale.

Nel bagno con le pareti di piastrelle bianche, le massaggiò qualcosa sul cuoio capelluto.

«Hai visto Robin, ultimamente?»

Porphyre le risciacquava i capelli con l’acqua fresca. «“Massa” Lanier è a Londra. “Massa” Lanier e io attualmente non ci rivolgiamo la parola. Seduta, ora.» Raddrizzò lo schienale della poltroncina e le avvolse un asciugamano intorno alle spalle.

«E perché?» I pettegolezzi sulla Senso/Rete, l’altra specialità di Porphyre, cominciavano a stuzzicarla.

«Perché» rispose lui, in tono studiatamente inespressivo, passandole un pettine tra i capelli «ha detto delle cose molto cattive su Angie Mitchell, mentre lei era in Giamaica a farsi curare la testolina.»

Non se lo aspettava. «Davvero?»

«Davvero davvero, signorina.» Cominciò a tagliarle i capelli, usando un paio di forbici che erano come il suo marchio di fabbrica; si rifiutava di usare la matita laser, e si vantava di non averne mai toccata una.

«Stai scherzando, Porphyre?»

«No. Lui a me non avrebbe mai detto certe cose, ma Porphyre ascolta, ascolta tutto. Lanier è partito per Londra la mattina stessa in cui tu sei venuta qui.»

«E che cosa gli hai sentito dire?»

«Che sei pazza. Sei fuori. Che senti delle voci e che gli psichiatri della Rete lo sanno.»

Voci… «Chi te lo ha detto?» Cercò di voltarsi sulla poltroncina. «Non muoverti. Ecco, così.» Tornò al suo lavoro. «Non posso dirtelo. Fidati di me.»

Dopo che Porphyre se ne fu andato, Angie ricevette molte chiamate: era il suo staff di produzione, impaziente di salutarla.

«Per questo pomeriggio basta chiamate» disse alla casa. «Salgo a vedere le sequenze di Tally.»

In fondo al frigo trovò una bottiglia di Corona, e la portò nella camera principale. L’unità simstim inserita nella testiera del letto era fornita di elettrodi di tipo professionale, che non c’erano quando lei era partita per la Giamaica. I tecnici della Senso/Rete venivano periodicamente a perfezionare l’impianto. Bevve un sorso di birra, appoggiò la bottiglia sul comodino, poi si distese sul letto con gli elettrodi fissati sulla fronte.

«Okay, forza» disse.

Dentro la carne, il respiro di Tally.

“Come ho fatto a sostituirti?” si chiese, sopraffatta dalla presenza fisica dell’altra star. “Procuro anch’io alla gente lo stesso piacere?”

Tally-Angie guardava oltre un burrone coperto di viticci che era allo stesso tempo un viale, osservava l’orizzonte capovolto. In lontananza i rettangoli dei campi da tennis, e il “sole” di Freeside era una trama assiale di luminescenza sopra di lei.

«Avanti veloce» ordinò alla casa.

I muscoli pulsavano veloci, una visione di cemento, Tally spingeva la bici in un velodromo a bassa gravità…

«Avanti veloce.»

A cena, la tensione delle spalline di velluto sulla pelle, il giovane che si sporgeva in avanti per versare dell’altro vino.

«Avanti veloce.»

Le lenzuola di lino, una mano fra le sue gambe, luce violetta attraverso le lastre di cristallo e un rumore di acqua corrente… «Indietro. Il ristorante.»

Il vino rosso gorgogliava nel bicchiere.

«Ancora un po’. Ferma. Ecco.»

Gli occhi di Tally erano puntati sul polso abbronzato del giovane, non sulla bottiglia.

«Voglio un grafico del suo campo visivo» disse, togliendosi gli elettrodi. Si sedette e bevve un po’ di birra, il cui sapore si mescolava stranamente con il gusto fittizio del vino di Tally.

Di sotto, la stampante segnalò che aveva finito. Si sforzò di scendere le scale con calma, ma quando fu alla stampante, in cucina, l’immagine la deluse.

«Puoi schiarire?» domandò alla casa. «Voglio leggere l’etichetta sulla bottiglia.»

«Giustificare immagine» disse la casa «e ruotare l’oggetto collimato di otto gradi.»

La stampante ronzò piano, mentre fuoriusciva il nuovo grafico. Angie trovò il suo tesoro prima che la stampante emettesse il segnale. Inchiostro marrone, il sigillo del sogno: T-A.

“Possiedono delle vigne” pensò.

TESSIER-ASHPOOL S.A., scritto in caratteri sottili ed eleganti. «Trovato» sussurrò.


8. Radio Texas.

Monna intravedeva il sole da un paio di squarci nella plastica nera fissata sulla finestra. Odiava troppo la tana per rimanerci quando era sveglia, o lucida, e in quel momento era entrambe le cose.

Si alzò tranquillamente dal letto, trasalendo appena sentì il pavimento sotto i piedi nudi, e cercò i sandali di plastica. Quel posto era lurido. Bastava appoggiarsi al muro per prendere il tetano. Solo a pensarci le si accapponava la pelle. Sembrava che a Eddy non desse fastidio; era troppo perso nei suoi progetti per notare quello che lo circondava. E poi riusciva sempre a tenersi pulito, come un gatto. La sua era una pulizia da gatto, mai un granellino di sporco sotto le unghie lucide. Monna pensava che Eddy, probabilmente, spendesse in vestiti quasi tutto quello che lei guadagnava, anche se non era una cosa di cui discutere con lui. Monna aveva sedici anni ed era senza SIN. Un vecchio cliente le aveva detto che c’era una canzone che si chiamava “Sixteen and SINless”. Voleva dire che, alla nascita, non le era stato dato il Numero di Identificazione Singolo, e così era cresciuta fuori del controllo dei sistemi ufficiali. Sapeva che era possibile ottenere un SIN, volendo, ma, ovviamente, bisognava andare in un qualche palazzo a parlare con un impiegato, il che era lontanissimo da tutto ciò che Monna considerava divertente, o perlomeno normale.

Aveva trovato un metodo per riuscire a vestirsi nella tana, e sapeva farlo al buio. Bisognava infilare i sandali dopo averli scossi per far cadere eventuali mostriciattoli, poi andare nel punto in cui si trovava un rotolo di fax vecchi su una cassetta di stiroespanso vicino alla finestra. Si srotolava un metro di fax, più o meno una giornata e mezza dell‘“Asahi Shimbun”, lo si piegava e poi lo si metteva per terra. Così si poteva stare in piedi, prendere il sacchetto di plastica dietro la cassetta, disfare il cavo che lo teneva chiuso e trovare i vestiti che servivano. Allora, togliendosi i sandali per infilarsi i pantaloni, i piedi stavano sui fax puliti. Per Monna era un dogma che nessun animale avrebbe attraversato i fogli durante quei pochi minuti necessari per infilarsi un paio di jeans e i sandali.

Si poteva indossare una maglietta o qualcos’altro, richiudere accuratamente il sacchetto e uscir fuori. Monna si truccava, quando era necessario, nel corridoio esterno, accanto al relitto dell’ascensore era rimasto qualche pezzo di specchio, con una striscia biofluorescente della Fuji appiccicata sopra.

Quella mattina c’era un forte tanfo di piscia vicino all’ascensore, così decise di lasciar perdere il trucco.

Non si vedeva mai nessuno nell’edificio, ma a volte si poteva sentire qualcuno: musica che proveniva da una porta chiusa, dei passi dietro l’angolo in fondo a un corridoio. Segno che c’era qualcuno, e Monna non desiderava incontrare i suoi vicini.

Scese tre rampe di scale e si trovò nel buio abissale del garage sotterraneo. Teneva in mano la pila elettrica, da cui si fece guidare con sei rapidi salti oltre le pozze di acqua stagnante e i cavi ottici fuori servizio che penzolavano dal tetto, fino ai gradini di cemento, fuori nel vicolo.

Quando il vento spirava nella direzione giusta, si sentiva l’odore del mare; oggi, però, si sentiva solo quello della spazzatura.

Si trovava sotto a un muro dell’edificio, così cominciò ad allontanarsi velocemente, prima che qualche rottinculo buttasse giù una bottiglia o peggio. Arrivata nel viale, rallentò, ma non di molto; sapeva di avere il denaro in tasca, e sapeva anche come spenderlo. Non voleva cacciarsi nei guai, non ora che sembrava che Eddy fosse finalmente riuscito a rimediare un biglietto per partire. Pensava prima che ormai era una cosa sicura, che praticamente erano fuori, e subito dopo che non doveva contarci troppo. Sapeva già com’erano sicure, le trovate di Eddy: la Florida, per esempio. Le aveva detto che in Florida c’erano il sole, tante belle spiagge e un sacco di ragazzi carini e pieni di soldi, proprio un bel posticino per una vacanza che si era rivelata invece il mese più lungo della sua vita. Tanto per cominciare, in Florida faceva un caldo da crepare: sembrava una sauna. Le poche spiagge

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