Scerba

«Deve essere difficile per il vero colpevole sfuggire alle vostre investigazioni. Può non aver lasciato alcuna traccia materiale, ma voi cercate invece quelle morali e finite per trovarlo». Di Scerbanenco colpisce, soprattutto nei cinque gialli della serie con Arthur Jelling, il miscuglio di realismo e fantastico, di logica investigativa e psicologia. Un insieme che, ben amalgamato, dà ai suoi polizieschi una vaga atmosfera da cruda fiaba. L’effetto fiabesco è marcato dalla singolarità del timidissimo investigatore, dotato di una profondità psicologica da veggente; dall’ambientazione in una Boston più mitica che reale; dal voluto esotismo dei personaggi, ciascuno ogni volta stilizzato nella sua tipicità sociale; e, inoltre, da una serie di intrusioni che sembrano immanenti e terreni incantesimi. Qui il ruolo dell’incantesimo è retto dalle capacità di due cani prodigiosi che si riveleranno decisivi nella meccanica dell’intreccio. In questa inchiesta, scritta nel 1942, Arthur Jelling, archivista capo della polizia di Boston prestato per le sue capacità alle investigazioni sul campo e sempre desideroso di ritornare al più presto alla tranquillità familiare, deve affrontare un assassinio sul treno. Situazione classica, questa, della letteratura poliziesca deduttiva, con i possibili sospetti tutti raccolti in un unico ambiente. La complicazione però nel caso del Cane che parla è costituita da due misteri: non è chiaro se la vittima sia stata uccisa con un colpo partito dall’esterno o, con un misterioso artificio, dall’interno; e nessuno dei passeggeri sembra aver potuto provocare l’arresto del treno necessario all’assassino per colpire. I sospetti e i testimoni, provengono tutti dal mondo dell’editoria: poeti, giornalisti, scrittori, editori, critici letterari, uniti da stili di vita comuni e divisi da invidie e competizioni. Jelling risolve tutti i misteri ma non riesce ad evitare un triste prezzo da pagare alla verità.


Giorgio Scerbanenco (1911-1969), nato a Kiev, vissuto in Italia, scrisse un numero immenso di romanzi di tutti i generi fantastici, tutti con una personale inimitabile cifra narrativa. Questa casa editrice ha pubblicato: Uccidere per amore (2002), La mia ragazza di Magdalena (2004), Rossa (2004), Uomini ragno (2006), Annalisa e il passaggio a livello (2007), Sei giorni di preavviso (2008), La bambola cieca (2008), Nessuno è colpevole (2009), L’antro dei filosofi (2010), Il cane che parla (2011) e Nebbia sul Naviglio e altri racconti gialli e neri (2011).





La memoria

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DELLO STESSO AUTORE

Uccidere per amore

La mia ragazza di Magdalena

Rossa

Uomini ragno

Annalisa e il passaggio a livello

Sei giorni di preavviso

La bambola cieca

Nessuno è colpevole

L’antro dei filosofi

Lo scandalo dell’osservatorio astronomico

Nebbia sul Naviglio e altri racconti gialli e neri





Giorgio Scerbanenco





Il cane che parla



A cura di

Roberto Pirani

Sellerio editore

Palermo





2011 © Sellerio editore via Siracusa 50 Palermo





e-mail: info@sellerio.it

http://www.sellerio.it





Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.

È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.





EAN 978-88-389-2534-4





Il cane che parla





1


Abbiamo intervistato il celebre poeta Aroldo Banner e ne abbiamo ricevuto la curiosa impressione di un uomo che tenesse la vita con la punta delle dita, come fosse un oggetto sudicio.

In uno scompartimento del direttissimo che sarebbe arrivato a Boston alle 17 e trenta Aroldo Banner e i suoi amici lasciavano pigramente scorrere le noiose ore del viaggio.

Era un pomeriggio di fine estate. Dal finestrino già si vedeva qualche nota di giallo e di rosso autunno nella campagna. Il cielo era di un celeste pallidissimo, anche perché il giorno prima aveva piovuto e tutta l’aria si era come slavata e scolorita. Solo il verde, dove c’era, aveva intensi toni lucidi. Erano soltanto le quattro. Ancora un’ora e mezza di treno.

«Il fatto è» disse Svedensson, Carlo Svedensson, il giovane noto per le sue teorie estremiste in fatto di arte, «che noi siamo ad un bivio. La vecchia poesia non esiste più. È solo un pugno di cenere» e chiuse la mano a pugno, con gesto nervoso. Tutto era nervoso e magro e scattante in lui, tranne lo sguardo che aveva una fermezza durissima. Pareva che gli occhi, quegli occhi da uomo che sa conservare il suo sangue freddo anche nella più critica e violenta delle situazioni, non appartenessero a quel corpo che invece vibrava, fremeva, sussultava per la minima impressione. «E la nuova non è ancora nata» proseguì. «Lo so benissimo, è un discorso vecchio, anche il cameriere del nostro caffè comincia a parlare di epoca di transizione, in fatto d’arte, ma finché il problema non sarà risolto, dovremo sempre ricordarcene».

«Hai qualche idea per risolverlo?» domandò in tono annoiato Dady Dadies accarezzando il bellissimo lupo accovacciato ai suoi piedi. Dadies era il redattore della pagina letteraria del quotidiano Nuova Stampa. Qualche anno prima aveva rappresentato due commedie e pubblicato un romanzo, ma poi doveva aver trovato quell’attività poco lucrosa perché aveva subito accettato il posto offertogli dalla Nuova Stampa. Era un giovane di poco più di trent’anni, vestito con molta cura e con serietà. Si vedeva in lui l’uomo abituato per la sua professione a frequentare ambienti distinti e signorili.

«Scrivilo sul tuo giornale, Dady», replicò subito Svedensson. «Se l’arte nuova non nasce, la colpa non è del pubblico, come si dice, perché non capisce niente, e non è neppure degli artisti, che non sarebbero capaci di crearla» gesticolava sempre con crescente nervosismo, e guardava ogni tanto fuori dal finestrino e poi nel corridoio fuori dallo scompartimento. «La colpa invece, ricordalo bene, è degli editori. Eccone qui uno, uno dei massimi, il nostro caro Tom Fharanda che mi guarda senza neppure rispondermi. Sai, caro Banner, perché ti ha offerto quel contratto? Non lo ha fatto mica perché speri di guadagnare dei soldi con le tue poesie. Sa benissimo che il pubblico se ne infischia delle tue poesie e che egli stampandole ci rimetterà. Lo ha fatto soltanto per strapparti al suo rivale, l’editore Savyan, e perché il tuo nome è celebre come quello di un artista puro che non si è mai lasciato corrompere dagli allettamenti dell’arte commerciale. Lui prende il tuo nome, caro Banner, lo mette in testa ai suoi cataloghi e dice: “Non è vero che stampiamo soltanto robaccia, non è vero che Fharanda sia un mercante di carta. È un editore d’arte, ha un contratto anche con Banner”. Ci rimette stampando i tuoi libri che nessuno comprerà, ma ci guadagna battendo il tuo nome. Nuovo lustro alla casa, ecco tutto. Ed è con questi sistemi che s’impedisce il sorgere della vera arte».

Tom Fharanda, l’editore, era un uomo assai magro e alto di circa sessant’anni. Portava grandi occhiali a stringinaso ed era perfettamente rasato, per quanto rimanesse sempre sul suo volto la traccia bluastra della barba. Aveva una leggenda, come tutti gli uomini arrivati. Faceva dire dal suo Ufficio Stampa che aveva cominciato a sedici anni stampando volantini con una pedalina e che col denaro messo da parte lavorando in questo modo aveva aperto prima una tipografia, poi una casa editrice. La cosa naturalmente non era vera. Egli veniva da una buona famiglia borghese e con l’eredità avuta alla morte del padre s’era messo nell’editoria. Aveva fiuto ed era un uomo di ferro. Le sue idee erano sempre maturate a lungo, studiate, quasi indiscutibili. Il suo successo, insomma, era una prova di questo. Ora, ascoltando Svedensson che con la sua caratteristica furia gli parlava male degli editori, lui compreso, guardava fuori dal finestrino senza neppure sorridere. Del resto sorrideva pochissimo. Anche i più celebri autori della sua casa, quelli che ormai avevano un nome di risonanza mondiale, non potevano non provare una certa soggezione davanti a lui, al suo volto fermo, chiuso.

«Certamente hai ragione» disse Banner con fredda gentilezza e col suo classico tono di voce un po’ pigro che impediva a chi parlasse con lui, di continuare il discorso perché pareva che Banner avesse messo la parola fine.

«Beh, beh» disse acido Svedensson, «continuate pure a fare i signori dell’Olimpo. Per conto mio non farò stampare un libro da Fharanda neppure se si mettesse in ginocchio».

Tom Fharanda parve un po’ punto da questa villania. Guardò Svedensson attraverso gli occhiali nei quali si rifletteva in piccolo lo scorrere del paesaggio dal finestrino, tacque ancora un momento, poi disse: «Non credo che ci rimetterò molto».

«Andiamo, ragazzi, non ricominciate con le solite discussioni, avete parlato tutto il giorno, da Grant, dell’arte pura e di quella non pura. Smettetela con tutte queste storie e tenetemi un po’ di compagnia. Mi avete abbandonata come una povera figlia di nessuno».

Fiorella Garrett era stata in silenzio fino ad allora, gli occhi un po’ socchiusi, in una specie di dormiveglia. Prendeva spesso quell’atteggiamento, con premeditazione, perché le avevano detto che dava proprio l’idea di una scrittrice che pensasse ai suoi romanzi, quando socchiudeva gli occhi così. Essa apparteneva da due anni alla scuderia di Fharanda che le aveva già pubblicato due volumi, uno dei quali, intitolato È sempre troppo tardi, aveva avuto anche un discreto successo. Fiorella Garrett era giovane, piena di entusiasmo e orgogliosa di essere una scrittrice. Aveva anche un bel visino ma, fortunatamente per lei, era di quella casta bellezza che non piaceva affatto nei circoli letterari. Perciò nessuno in fondo la aveva mai infastidita seriamente ed essa aveva potuto fare la sua strada con serenità.

Adesso però che quel velenoso e violento Svedensson minacciava di portare la discussione su un piano sbagliato, era intervenuta lei.

«Non dategli retta, Banner. Quando la cicogna l’ha portato sulla terra, Svedensson ha appoggiato per primo il piede sinistro e così tutta la vita la vede storta».

Banner, con semplicità, senza darsi arie, disse: «Io lo ascolto semplicemente».

Venivano tutti dalla villa di Marino Grant. Marino Grant aveva una villa a T*** e vi trascorreva l’estate. Egli era uno dei direttori del giornale Nuova Stampa e aveva invitato quei suoi amici per un paio di giorni. Fharanda, trovandosi con Aroldo Banner, aveva colto l’occasione per offrirgli un contratto. S’aspettava un rifiuto, un poeta di quel genere, capito sì e no dalla ristretta cerchia degli iniziati, non poteva accettare un contratto da un editore come lui che aveva fama di pubblicare soltanto libri che gli facessero guadagnare molto denaro.

Pure, Banner aveva accettato senza farsi per nulla pregare. Aveva rivolto alcune domande al grande editore, aveva modificato alcuni termini del contratto, poi, con la solita scostante semplicità, aveva firmato. Ora, tutto ciò che egli avesse scritto, doveva essere pubblicato soltanto da Fharanda. Questo era stato in breve il succo della gita.

Adesso, dopo la gita, la comitiva tornava a Boston. Banner e Fharanda guardavano fuori dal finestrino, Dadies e Fiorella Garrett sbadigliavano, fumavano, vinti dalla noia. Solo Svedensson trovava il modo di passare il tempo irritando un po’ tutti.

«E quel Grant!» esclamò Svedensson avendo trovato una nuova vittima. «Buono per fare il brodo. Si permette di posare a signore, con lo stipendio della Nuova Stampa, e invita editori e poeti di classe e scrittrici, ma è rimasto in fondo sempre il figlio di un meccanico e di una stiratrice».

Dady Dadies, sentendo parlar male di uno dei suoi superiori (Grant era uno dei direttori della Nuova Stampa) abbozzò un sorriso quasi di soddisfazione, però il tono villano e impossibile di Svedensson lo offese.

«Insomma, Sved, non vuoi fare della maldicenza meno volgare? Lascia stare per lo meno i genitori di coloro di cui parli male. Essi non ti hanno fatto nulla».

Il treno correva sempre rapido attraverso il paesaggio. A destra, seguiva su una specie di scalino scavato nella roccia, il fianco di una lunga catena montuosa; a sinistra v’era invece il fondovalle e un pigro fiume, il Makeh. Si videro improvvisamente le piccole case rosse di Makeh-City e la caratteristica sagoma delle officine Allheim, valvole per radio: una serie di bassi casermoni dipinti di un celeste chiaro.

Dadies pareva che a poco a poco si fosse montato contro Svedensson, come se avesse ripensato bene a ciò che questi aveva detto, e saltò su: «Intolleranza! Soltanto intolleranza! È questa la parola che fa per te: intolleranza. Tu non hai quel minimo di comprensione che occorre nella vita. Che cosa ti ha fatto Grant, per parlarne in quel modo? Ti ha invitato nella sua villa e ti ha trattato col massimo rispetto. E che ragione c’è di odiarlo in questo modo soltanto perché ha un po’ la debolezza di voler fare l’aristocratico? E Fharanda che cosa ti ha fatto? Ti ha dato la sua amicizia, se vuoi ti dà anche il suo appoggio di editore, e tu invece non lasci sfuggire un’occasione per dirgli sul muso che è un bottegaio».

«Beh, adesso non esagerare tu» disse Fiorella Garrett. «Sappiamo tutti che Sved è uno che abbaia molto ma non morde mai. Nessuno di noi se la prende per quello che dice».

Dadies parve calmarsi, si accomodò il colletto, dette un’occhiata al finestrino, poi levò dalla tasca un portasigarette.

«Ci fumiamo su, Sved?» disse offrendo.

«Puah! Il paladino della Nuova Stampa» fece per tutta risposta Sved prendendo una sigaretta. «Si capisce subito che è Grant che ti dà lo stipendio».

«Sì, caro, sì, caro…» mormorò Dadies, ironicamente, come si fa con un bambino col quale non si vuol discutere.

Banner guardava sempre fuori dal finestrino. Ogni tanto rimetteva a posto il cappello di paglia bianco, noto in tutto il mondo letterario perché non se ne separava che quando pioveva, poi tornava ad assorbirsi nel paesaggio, o molto più probabilmente nei suoi pensieri.

Tom Fharanda, invece, aveva preso a leggere alcune lettere che aveva in tasca e con la matita scriveva qualche cosa. Si pulì i calzoni che Dadies, il quale gli sedeva accanto, gli aveva sporcato con la cenere della sigaretta, poi tornò ordinatamente a prendere appunti.

Fiorella Garrett ogni tanto assumeva la posa di scrittrice che pensa ai suoi libri, poi si stancava, anche perché i suoi compagni di viaggio si disinteressavano nel modo più assoluto di lei e allora cercava veramente di pensare a qualche libro da scrivere, ma col rumore del treno e le chiacchiere degli altri non vi riusciva.

In quanto a Carlo Svedensson, egli, le gambe accavallate, i gomiti appoggiati sulle ginocchia, il volto appoggiato sul palmo della mano, continuava a fumare. Pareva di capire dai suoi occhi che stava per dire qualche altra scortesia ai colleghi e agli amici. Ma non ebbe il tempo.

Il treno improvvisamente, e anche bruscamente, si fermò in aperta campagna. Fharanda e Dadies per lo scossone caddero addosso a Banner e a Fiorella Garrett.

Venne poi appurato che questo era avvenuto verso le quattro e un quarto, anzi, con precisione, alle quattro e tredici.

«Accidenti!» fece Dadies. «Quasi uno scontro».

«Ah, ah» rise Sved, «finalmente questa gita comincia a diventare emozionante».

«Ma che cos’è successo?» domandò ingenuamente Fiorella Garrett, rimettendosi a posto il cappello che le era andato per traverso, come se i suoi compagni di viaggio potessero sapere qualche cosa più di lei.

«Guardate, guardate» disse Dadies. «È mezz’ora che viaggiamo e siamo dalle parti della villa di Grant».

«Bella scoperta» gli rispose Sved. «Per risparmiare una galleria hanno fatto fare alla linea tutto il giro della montagna, così adesso siamo nel versante opposto e la villa di Grant che è in cima si vede come quando eravamo alla stazione di partenza».

Fharanda e Banner si affacciarono al finestrino e rividero in alto, sulla cresta della catena montuosa che in quel punto faceva un avvallamento, la villa di Marino Grant che li aveva ospitati fino a poco prima. Era una bella costruzione, solida, grande, un po’ discutibile dal punto di vista estetico con quei suoi mattoni rossi e quel tetto troppo spiovente che rammentava più una casa di città che una villa di campagna.

Molta gente era già discesa dal treno per informarsi di che cosa fosse accaduto. Dadies, che stava di fianco al finestrino occupato da Fharanda e da Banner, afferrò la parola «… allarme».

«Devono aver tirato il segnale d’allarme» disse agli altri. «Chissà che cos’è succes…».

Non terminò la parola. Si udirono due strani scoppi. Pareva che qualcuno avesse sturato un paio di bottiglie di spumante, poi Banner, il poeta Aroldo Banner che guardava con semplice indifferenza dal finestrino, senza nessun interesse per quella fermata improvvisa, come se tutto fosse una cosa da tenersi sulla punta delle dita, per non sporcarsi; Banner, insomma, cadde a terra all’indietro, il volto rigato di sangue.

Tom Fharanda, che era al finestrino accanto a lui, si volse con uno scatto d’automa. Nonostante il bluastro della barba, era pallido di spavento.

«Banner! Banner!» gridò Fiorella Garrett, poi si coprì il volto per non vedere, con un gesto di orrore.

«Imbecilli!» e Sved si curvò presso Banner, «aiutatemi a tirarlo su, invece di frignare. Ehi, Dady, trema di meno e piglialo per i piedi». Dadies, che non si era mosso, che era rimasto come stecchito dall’accaduto, obbedì macchinalmente, per quanto con una certa repulsione, e mentre Fiorella e Fharanda si scostavano, prese per le gambe Banner, mentre Sved lo sorreggeva per le spalle, e insieme lo adagiarono sul sedile.

Sved, il nervoso, l’ultrasensibile, il violento, dava prova di un sangue freddo ammirabile. I suoi occhi fermi non avevano avuto il minimo lume di smarrimento.

Si tolse la giacca, la mise sotto il capo di Banner, poi gli prese il polso. Ma sul suo viso si disegnò subito una smorfia.

«È stato fulminato. Niente da fare».

In quel momento si udirono dei passi per il corridoio dello scompartimento e il capotreno seguito dal suo vice e da alcuni curiosi comparve sulla soglia.

«Ehi, voi, avete tirato il segnale d’allarme?».

Sved lo guardò con un fare ironico.

«Noi no, però abbiamo un morto, eccolo qua…» si scostò per lasciare passare il capotreno e continuò: «È stato ucciso un minuto fa, mentre stava affacciato al finestrino per vedere come mai si fosse fermato il treno…».

Fharanda pareva essersi ripreso. Egli era vicino a Banner, affacciato allo stesso finestrino, le pallottole che avevano ucciso Banner potevano benissimo uccidere lui, ma la scossa nervosa era ormai superata. Disse: «Hanno sparato dalla montagna. Se cercate subito troverete ancora quel tale che ha sparato».

Il capotreno, un uomo che certo veniva dall’ovest, dette un’occhiata alla spoglia di Banner come se gli capitasse di frequente di trovare un morto in treno, poi guardò tutti con un fare dubitoso.

«Questo lo vedremo, da dove hanno sparato» disse continuando a scrutarli. «Avete tirato il segnale d’allarme per questo?».

«Vi ho già detto di no» fece Sved. «Il segnale d’allarme non lo abbiamo tirato noi. Noi si stava appunto discutendo perché avessero tirato il segnale d’allarme, quando Banner, che era al finestrino, è stato colpito a morte da qualcuno che ha tirato da fuori».

Il capotreno ascoltò attentamente, ma poi si fece largo nello scompartimento e andò a verificare il tirante del segnale d’allarme. Il sigillo era intatto.

«Eppure è in questo vagone che è stato manovrato il segnale…» mormorò tra sé cocciutamente. «Sarà forse in un altro scompartimento… Voi rimanete qui, signori, e non scendete per nessun motivo. Dovrete essere interrogati dalla Polizia. E anche tu Giel, rimani qui» disse all’aiuto che era piuttosto turbato dall’avvenimento. «Prendi nome e cognome di questi viaggiatori e sorveglia che non lascino il vagone, io intanto vado a vedere dove è stato manovrato il segnale…».

Lo si udì entrare e uscire dagli altri scompartimenti, poi egli ritornò con la faccia sorridente. «È tre scompartimenti dopo il vostro che hanno toccato il

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